MOLLETTE #31
Storie stese ad asciugare
Tutto piatto ma che bellezza
di Pianura padana mon amour
“E se domani
E sottolineo “se”
All’improvviso, perdessi te...”
Ho risentito questa canzone alla radio mentre percorrevo una delle strade nei dintorni di casa che amo di più (solo curve e campi, meraviglia) e spinta da quella familiare nostalgia che mi accompagna da sempre mi sono chiesta: ma se domani davvero io dovessi fare a meno di te, cara Pianura, che cosa mi mancherebbe?
Me lo chiedo qualche volta, quando qualcuno ti liquida con poche parole: piatta, grigia, morta. Come se bastasse guardarti da lontano per sapere chi sei. E invece serve una vita intera per conoscerti tutta.
Ma se dovessi davvero lasciarti, credo che mi mancherebbero prima di tutto le cose piccole.
Le strade dritte che attraversano i campi come righe su un quaderno e poi le curve, improvvise e strette. I trattori sullo sfondo, i gettoni d’acqua che irrigano la campagna e un po’ anche lo sguardo, quando l’asfalto si fa così caldo da sembrare liquido.
I bar di paese dove si entra per un caffè o un bianchino e si esce in una forbice temporale dopo cinque minuti o cinque ore, con qualche storia in più e -ne sono certa- sempre un po’ più sollevati rispetto a come ci si è entrati.
Gli argini del fiume, dove il paesaggio si apre all’improvviso e l’orizzonte si allunga fino a diventare silenzio e respiro. Il nostro Po.
L’aria di maggio che certo, sono sicura profumi di rinascita ovunque ma per me, da sempre, qui in Pianura è ancora più forte e speciale.
Mi mancherebbe la nebbia, anche.
Quella che arriva all’improvviso e cambia il modo in cui guardi il mondo: i lampioni che diventano cerchi di luce fioca, le case basse che sembrano galleggiare, i campi che spariscono e poi tornano. Mi mancherebbe soprattutto parlarne con qualcuno che la conosce: “che nebbione oggi” “ma va, tu la nebbia non l’hai mai vista” e via così.
Mi mancherebbero i gesti semplici: le uova portate da un’amica che ancora ha il pollaio, assaggiare dei tortelli di zucca che mi ricordano quelli di mia nonna Evelina, il preciso rumore che fanno i passi sotto ai portici di ogni paese di qualsiasi angolo di Pianura.
Perché la Pianura Padana non è un luogo che cerca di stupire, ma è un luogo che rimane a chi sa entrarci per davvero.
Rimane nei paesaggi che non hanno bisogno di eccezionalità, nelle abitudini e nei gesti che si ripetono uguali da anni, nelle storie che passano di bocca in bocca.
Queste sensazioni, questi ricordi stanno lì, nella luce di un pomeriggio qualsiasi, nel profumo di una cucina accesa, nella linea piatta dell’orizzonte che sembra non finire mai.
E allora sì, se domani dovessi davvero fare a meno di te, cara Pianura, credo che mi mancherebbe soprattutto questo: l’autenticità, il tuo essere unicamente selvaggia ma disciplinata nelle tradizioni, grigia e lucente, difficile e accogliente, perché poi, dopo tutto, come farebbe una rasdora con il grembiule, dopo una qualsiasi giornata che sia stata afa o nebbia, infausta o felice, metteresti tutti a tavola e li faresti sentire a sentire a casa. A casa davvero.
Editoriale? (Una lacerazione)
di Davide Bregola
“Il punctum di una foto è
quel caso che, in essa, mi punge
(ma anche mi ghermisce, mi ferisce)”
Roland Barthes
Ho letto di nuovo La camera chiara di Barthes perché avevo bisogno di capire alcune cose sull’immagine. È un libro del 1980 dove il semiologo compie un viaggio profondamente intimo e fenomenologico nel mondo della fotografia. Sapevo di aver bisogno di questo libro per scrivere e infatti i suoi due concetti fondamentali sul punctum e sullo studium ci dicono qualcosa anche a noi che scriviamo e non solo a coloro che fotografano. Per Barthes il punctum in fotografia è una lacerazione, una ferita, un piccolo dettaglio che attira magneticamente lo sguardo e colpisce lo spettatore a livello emotivo o subconscio. Barthes lo mette a confronto con lo studium che invece è l’aspetto razionale, culturale e sociale di una foto. È quando guardiamo un’immagine e ne apprezziamo la composizione, la tecnica o il valore storico. Diciamo “interessante” ma non ne veniamo sconvolti. Il punctum invece non è voluto da chi fotografa; è un dettaglio che mi viene a cercare. Nella famosa fotografia della copertina Feltrinelli di Delitto e castigo il punctum sono gli occhi chiari del ragazzo ammanettato. Barthes identifica il punctum in due modi diversi: un bottone mancante, una scarpa slacciata, le mani rovinate di un soggetto. È quell’elemento marginale che, per qualche motivo personale e irrazionale, risuona con la nostra esperienza. È un dettaglio particolare. Poi c’è anche una questione del punctum legata al tempo e ne La camera chiara si riassume nella frase “è stato”. E’ il punctum dell’intensità storica ed esistenziale. La foto del condannato a morte della copertina di Dostoevskij ci fa pensare: “Lui sta per morire, ma è già morto.” È la consapevolezza della mortalità che l’immagine mi sbatte in faccia.
Se dovessi trovare alcuni punti di contatto tra la fotografia e la scrittura direi che lo studium letterario è la trama, lo stile o il genere, mentre il punctum narrativo è quel momento in cui la narrazione diventa esperienza viva e smette di essere solo una storia. In un romanzo il punctum non è l’evento tragico principale, ma un dettaglio apparentemente senza importanza ma che rende la scena reale. In un ipotetica scena di addio straziante il punctum non è il pianto del protagonista, ma magari il rumore fastidioso di una mosca contro il vetro o una macchia di inchiostro sui pantaloni di chi se ne va. E’ un dettaglio, una ferita che “punge” noi lettori perché rompe la finzione letteraria. E’ la parola ferita attraverso immagini create con la scrittura. Nulla ha a che fare con la bellezza della prosa, è la sua precisione spietata nel descrivere un nostro sentimento che non sapevamo di nominare con tale precisione. Rileggendo Lo straniero di Camus c’è un’immagine fortissima scatenata da un dettaglio fisico: il lampo di luce sulla lama del coltello. Una luce accecante scoppia sul coltello e il suo riverbero diventa una lunga lama scintillante che colpisce alla fronte. Ne La peste dello stesso autore, lo studium è rappresentato dalla cronaca di un’epidemia, metafora della resistenza contro l’occupazione nazista o contro il male metafisico. In questo caso lo studium è l’analisi sociologica e collettiva della sofferenza. In questo romanzo per esempio uno dei punctum si trova in un dettaglio marginale: durante la quarantena rappresentata ne La peste, il giudice Othon, un uomo rigido e severo, perde la sua dignità istituzionale ma Camus si sofferma sul modo in cui i suoi baffi sono diventati flosci e spioventi. Questi baffi sono un punctum efficace perché in mezzo a una tragedia epocale come la peste, l’attenzione si sposta su un dettaglio fisico insignificante che però urla la sconfitta dell’uomo. Quei baffi del giudice sono la “puntura” che rende reale la sofferenza dell’uomo. Quando leggiamo romanzi e racconti contemporanei (non parlo di quelli del passato perché almeno fino al 900 era necessario descrivere), in cui si descrivono le caratteristiche di un luogo o di un personaggio, proviamo a pensare se quelle descrizioni siano davvero necessarie o se, invece, lo scrittore ha usato questa possibilità per riempire pagine e pagine di parole inutili in cui non c’è nessun punctum, nessuna ferita, nessuna “puntura” ma solo un esercizio di scrittura. Pensiamoci. Pensiamo al punctum. Nella buona letteratura c’è questa lacerazione.
EDITORIALE - L’ARTISTA E L’ANIMALE
di Jacopo Masini
Ho riletto un racconto di Kafka, intitolato Un artista del digiuno, che Quodlibet ha pubblicato per la prima volta in Italia nel suo contesto naturale, e cioè in una raccolta che comprende questo e altri tre racconti. Per contesto naturale intendo quello che corrisponde all’intenzione di Kafka, che in vita pubblicò l’opera in questa forma. E, come si sa, fece pubblicare pochissime altre cose. Come Virgilio con l’Eneide, infatti, avrebbe voluto che la gran parte dei suoi scritti venisse distrutto.
Ora, il racconto narra di un uomo che dedica la propria vita, con abnegazione che appare maniacale, all’arte del digiuno; e dapprima ha la possibilità di esibirsi da solo, come un grande musicista o un ballerino, poi è costretto ad aggregarsi a un circo, che lo relega in una gabbia vicino alle bestie, fuori dal tendone. Finché, alla fine, verrà sostituito da una pantera dalle zanne affilate.
Ma c’è una cosa, oltre il racconto in sé, che mi ha fatto pensare. Un pensiero sorto leggendo la nota di Ermanno Cavazzoni che si trova proprio nell’edizione di Quodlibet.
Scrive Cavazzoni: “C’è però qualche differenza fra l’artista e l’animale, ed è una differenza di grado; l’animale è il maestro, che non ha niente più da imparare, ed è l’esempio d’artista al suo meglio; mentre l’artista essendo uomo e in fondo allievo, nutre l’eterna insoddisfazione: perché non è ancora animale e forse non ci arriverà mai; [...] è la sensazione di non essere capiti, mentre un animale è tutto evidente, evidente soprattutto a se stesso, perché non ha il vizio di prendersi in considerazione, è dimentico”.
Ecco una bella questione: forse, scrivendo, dovremmo provare a fare un po’ come l’animale, e mettere da parte il vizio di prenderci troppo in considerazione? E cioè, non sarebbe il caso di scrivere (e magari vivere) senza la vanagloria della bella figura, ma piuttosto per fare spazio a quello che c’è? Nella completa evidenza di ciò che si vede, di ciò che esiste, senza paura di non essere capiti?
Forse non siamo del tutto animali, è vero; quindi non siamo artisti perfetti. Saremo sempre tormentati dalla coscienza di essere fallibili, imperfetti, spesso stupidi. Forse, però, ogni tanto potremmo provare a scrivere per il puro gusto di farlo, come una scimmia, un cardellino, un gatto o una pantegana che vanno in giro per il mondo con il solo progetto di esistere.
O forse il problema è proprio che siamo pessimi animali. Quindi artisti troppo presenti a noi stessi e, dunque, mediocri.
AROMA DI SOFFRITTO
di Jacopo Masini
Poi a un certo punto ho chiesto al capo del personale, che si chiamava Ziveri, se per caso c’era la possibilità di lavorare di notte, che io preferivo lavorare di notte, gli avevo detto.
Mi ha guardato, ha sollevato appena il berretto di cotone bianco dalla fronte, si è dato una grattata ai capelli e mi ha detto ‘Ma cosa sei matto che vuoi lavorare di notte?’.
‘A me piace la notte’ gli ho detto, ‘e sto sveglio senza problemi’.
‘Va bè’ ha detto lui, ‘se si libera un posto nei turni di notte nei pomodori ti faccio sapere’.
Di notte tutto taceva. Non c’erano smanie, rincorse, controlli, tutto l’andirivieni dei risultati da ottenere, i camion che andavano e venivano, i lavoratori che si misuravano a vicenda per non risultare inferiori e i capi che misuravano i lavoratori per capire se facevano quello che gli era stato chiesto; i telefoni tacevano, si sentiva lo sfrigolare delle lampadine, il borbottare dei macchinari, l’incessante rotolare del traffico sull’asfalto smetteva; il cielo era vuoto, profondo, splendeva alta la Luna tra le stelle e nell’aria si sentiva il profumo della cose che si adagiavano tra i campi, sugli alberi, nel ronzio delle zanzare che saettavano vicino alle orecchie, sulla braccia, le gambe, era estate.
Ziveri era risalito in sella alla bici, che per andare in giro per la fabbrica della Star di Corcagnano usava una vecchia bici sgangherata, mi aveva dato le spalle, era uscito dal capannone del reparto basilico e era sparito nel piazzale. Era passato un trattore, poi un camion pieno di vasetti di passata, mi ero guardato intorno. C’era Christopher il ghanese che guidava il muletto, Adama il senegalese coi guanti in lattice fino al gomito che manovrava la vasca piena di basilico che andava lasciata in salamoia cinque minuti prima che fosse scaricato su un grande tavolo di lamiera e noi altri operai stagionali lo infustassimo a mano dentro dei bidoni di plastica verde a loro volta pieni di salamoia alti poco più di un metro. E davanti al tavolo c’erano Davide e Emiliano, che erano diventati i miei amici di turno del basilico al mattino o al pomeriggio, i fratelli Rosa eritrei, un nigeriano enorme che aveva già cambiato nome due volte in due stagioni diverse per non farsi riconoscere dalla selezione del personale che non lo amavano per niente e altri ragazzi italiani che andavano e venivano, io avevo deciso di fare tutta la stagione, oltre tre mesi e mezzo, perché avevo bisogno di soldi per andare a studiare a Torino.
L’aria sapeva di asfalto, pomodoro cotto, pomodoro marcio, basilico, basilico marcio, olio motore, gas di scarico, erba dei campi di metà agosto, un gran caldo, il mondo che fuori dalla fabbrica sembrava una promesso di vastità smisurata, dentro la fabbrica una continua sorpresa di cose e persone che chi lo avrebbe mai detto che le avrei conosciute?
Così mi sono infilato a mia volta i guanti in lattice lunghi tutto il braccio, mi sono passato le mani sul grembiule di gomma bianco che ci serviva per proteggerci dalla salamoia ghiacciata, mi sono guardato la punta degli stivali di gomma bianca tutti segnati dai primi due mesi e mezzo di stagione in fabbrica al reparto basilico, che il basilico serviva poi per produrre tonnellate di pesto alla genovese Star durante l’anno, e sono tornato al banco dagli altri, dopo aver parlato con Ziveri.
‘Cosa ti ha detto?’ mai ha chiesto Davide.
‘Che sono matto a voler lavorare di notte’
‘E poi?’ mi ha chiesto ancora.
‘Che se si libera un posto mi fa sapere’.
Di notte si guadagnava di più, tra l’altro. E quella era la settimana di ferragosto, quindi, oltre allo straordinario notturno c’era anche quello superfestivo, una coincidenza di cose che sarebbero state perfette per mettere da parte ancora più soldi, ma non era mica quella la ragione principale della mia richiesta. A me la notte piaceva di più e la notte d’estate ancora di più e la notte d’estate ad agosto in fabbrica ancora di più, perché in quella vasta desolazione dei piazzale enormi, dei capannoni altissimi, dei tubi che correvano dappertutto lungo le pareti mi sembrava di avvertire una specie di pace, il sentimento di un abbandono di ogni vanità, una specie di immersione sensoriale e esistenziale nelle cose del mondo così come sono, non come sembrano. La fabbrica era come il motore sotto il cofano della macchina, come un traliccio in mezzo alla pianura, come un frigorifero in macelleria, quelle cose che ci sono ma non te ne accorgi finché non ci sbatti contro e io c’ero dentro.
Il giorno dopo, mentre ero al tavolo di metallo che prendevo delle brancate di basilico fradicio e lo infustavo nei bidoni verdi insieme a Davide e Emiliano e stavamo parlando del nostro giovane collega coglione che due giorni prima aveva aperto un estintore dentro il capannone per vedere cosa succedeva e era successo che una nuvola enorme di polvere bianca si era depositata dappertutto, anche sopra il basilico che così avevamo dovuto buttare via, e lui era stato licenziato in tronco da Ziveri, il giorno dopo ero là e ho visto Ziveri entrare sorridente a cavallo della sua bici, venire verso di noi, fermarsi a un paio di metri e farmi segno di avvicinarmi.
‘Sei fortunato’ mi ha detto, ‘è stato a casa uno dallo scarico pomodori e abbiamo bisogno di sostituirlo, ma dovresti iniziare stanotte’.
‘Va bene’ ho detto io.
‘Ma vuol dire che devi finire il turno alle due e poi rimontare alle dieci fino a domattina alle sei’.
‘Va benissimo’ ho detto io, che già assaporavo il gusto di quella nottata allo scarico pomodori.
‘L’ho detto io che sei matto’ ha detto Ziveri, che mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha detto di andare in ufficio da lui alla fine del turno del mattino.
Nel turno di notte alle macchinette del caffè, durante la pausa, c’era molta meno gente che di giorno, perché c’era proprio meno gente in fabbrica in generale. Tanto per cominciare non c’erano i capi reparto, gli amministrativi, tutti i mulettisti dei magazzini e tutti gli addetti al carico e scarico. C’erano le operaie e gli operai del turno di notte del reparto pomodoro e gli addetti allo scarico che dovevano fare questo: salire su un ponteggio in acciaio, fatto di tubi e di passerelle composte da grate, al di sotto del quale scorreva un canale a sua volta in acciaio che andava riempito di pomodori. I pomodori erano quelli che arrivavano a bordo dei trattori e dei camion, muniti di un bocchettone, attraverso il quale defluivano i pomodori una volta che gli addetti allo scarico, dall’alto del ponteggio, sparavano un getto d’acqua da una pompa che tenevano appoggiata a una spalla all’interno del cassone del camion o del trattore. In altre parole, dovevano sparare fuori dal cassone i pomodori col getto d’acqua, che dal bocchettone finivano nel canale e dal canale all’interno della fabbrica.
Quello sarebbe stato il mio compito nel turno di notte. Era molto divertente.
La sera alle dieci di quello stesso giorno ho iniziato il turno di notte e mi sono trovato con un operaio responsabile di origine mantovana con una pala in mano, la salopette e un cappello di jeans che mi spiegava cosa fare facendo virare tutte la a verso la e. Invece di dire ‘Apri l’acqua!’ quando c’era da aprire il flusso d’acqua per portare i pomodori dal canale alla fabbrica - canale che lui chiamava canala, al femminile - diceva ‘Apri l’acque!’, o meglio ancora ‘Apri l’acquae!’ con una specie di dittongo mezzo a e mezzo e.
Il lavoro consisteva nel salire sul ponteggio quando arrivavano i trattori o i camion, appoggiarsi la pompa sulla spalla e iniziare a scaricare tutto, facendo attenzione, come mi aveva detto l’operaio mantovano, a non ripulire il cassone dalla terra e dai sassi come chiedevano i contadini, perché altrimenti la Star avrebbe pagato anche i sassi e la terra come pomodori, i contadini erano furbi.
Negli intervalli tra uno scarico e l’altro, in attesa che arrivassero altri trattori o altri camion, potevo aspettare all’interno di un gabbiotto prefabbricato, all’interno del quale c’erano tre sedie, e stare là. E così, durante quella settimana di turno di notte allo scarico pomodori, mi portavo da leggere e mi ricordo che i libri che ho letto in quella settimana e anche nelle settimane successive quando sono andato a lavorare al reparto sughi, perché la coltivazione del basilico era cessata, sono state alcune delle più importanti della mia vita ed è in fondo il motivo per cui sto raccontando tutta questa faccenda del turno di notte e della fine della stagione in fabbrica.
Il secondo giorno mi sono portato Tutto è fatidico di Stephen King, una raccolta di racconti appena uscita dello Zio in cui raccontava tra le altre cose l’antefatto di ciascuno dei racconti contenuti nella raccolta. Mi sedevo là, nel gabbiotto, nell’umidità della notte della pianura, al centro del piazzale dello scarico pomodori, un’occhiata ogni tanto alle luci dei lampioni della fabbrica, al cielo stellato fuori dal vetro del gabbiotto, e leggevo, in una penombra che somigliava al piacere silenzioso e appartato della lettura come nient’altro prima.
E poi mi sono letto in maniera disordinata, libera, selvaggia, altri libri che mi ero messo da parte e che allora trovavano il loro posto dentro quel gabbiotto e poi nelle pause dentro al reparto sughi, ad esempio Il soccombente di Thomas Bernhard, che ha per protagonista Glenn Gould, dissezionato dalla voce ipnotica di Bernhard, reso indimenticabile nelle proprie ossessioni dalla lingua ossessiva di Bernhard - “Il problema non è affatto la qualità ossessiva dei nostri maestri, pensai, il problema siamo noi, perché è accaduto molto spesso che dei cattivi maestri producessero dei genii come anche viceversa che dei buoni maestri annientassero dei genii, pensai” è una frase che avevo sottolineato, o anche “Il cosiddetto intellettuale ha in odio il suo stesso cosiddetto intellettualismo ed è convinto di trovare la propria salvezza presso i cosiddetti poveri e svantaggiati, quelli che in passato venivano chiamati umiliati e offesi, diceva, ma da loro, anziché la propria salvezza, egli trova le schifezze che già conosce, così diceva, pensai” - e ancora, sull’onda di quello, Glenn Gould - Piano solo dello psicanalista Michael Schneider - “Gould dialogava sempre, con l’altro o con se stesso come altro” avevo sottolineato, o ancora “Gould ha testimoniata per noi l’amicizia o il pudore di non essere lì quando lo si ascolta” o ancora “Non ci si può liberare dalla propria voce come si fa con tante altre cose, mettendola fuori. Bisognerebbe riuscire a spegnerla dentro di sé. La musica cerca di farlo, ma non sempre ci riesce” - e ancora Errata - Una vita sotto esame di George Steiner - “Niente provoca un odio più profondo nella nostra coscienza quanto l’intuizione imposta da altri che siamo imperfetti, che tradiamo gli ideali la cui validità riconosciamo pienamente (anche se subliminalmente), ideali che anzi esaltiamo ma i cui requisiti sembrano trascendere le nostre capacità o la nostra volontà” avevo sottolineato, o ancora “Più di ogni altro ‘animale linguistico’ Shakespeare ha radunato la somma della realtà psicologica e materiale, le ‘cose’ che formano il nostro mondo, in una rete lessicale e sintattica” - e poi Bassotuba non c’è di Paolo Nori e Lunario del paradiso di Gianni Celati e sotto la luce fioca del lampione che filtrava nel gabbiotto passavo dalle parole allo scarico dei pomodori al mantovano che urlava ‘Apri l’acquae!’ e ero così felice che lo sapevo di essere felice, anche se ero sporco, sudato, bagnato e la mia estate passava dentro una fabbrica, dentro il corpo esausto e smisurato dei capannoni, dell’asfalto tutto rovinato per il via vai dei camion e dei muletti, dentro le madonne degli operai di giorno, ma nella quieta di quelle notti di parole e gas e pomodori e sogni e ancora sogni.
Dopo la settimana allo scarico pomodori sono tornato al reparto basilico, Davide e Emiliano non si erano mossi da là, mi avevano chiesto ‘Allora, come è andata?’
‘Ho letto molto’
‘Cosa?’
‘King, Bernhard, Steiner’ ho detto.
‘Ah’ hanno detto e mi sono messo a raccontare del mantovano, del funzionamento della canala, dei racconti di King, di Glenn Gould e il tempo non finiva mai e intanto infustavamo e ci sporcavamo con la salamoia e la stagione si avvicinava alla fine.
Hanno chiuso il reparto basilico e sono passato per le ultime due settimane al reparto sughi, dove si facevano i sughi Star e gli stessi identici sughi con un’altra etichetta, per esempio Bertolli, per i mercati stranieri e ho scoperto che il soffritto dei sughi è una polvere contenuta dento un bidone enorme con sopra scritto AROMA DI SOFFRITTO, che ci sono macchine enormi con lame affilatissime per tagliare cipolle e aglio e che una operaio qualche settimana prima si era tagliata una mano dentro quella macchina e io nelle pause al reparto sughi mi ero messo a leggere Il codice dell’anima di James Hillman che a un certo punto dice una cosa a proposito delle aspettive, della crescita, della realizzazione di sé che mi aveva folgorato: “Finché la cultura non riconoscerà che crescere è discendere, tutti i suoi membri si troveranno ad annaspare alla cieca per dare un senso agli obnubilamenti e alle disperazioni di cui l’anima ha bisogno per penetrare nello spessore della vita” e io ero là, nel reparto sughi, alla fine della stagione in fabbrica iniziata a giugno e poi luglio e agosto e il basilico e i pomodori e l’aroma di soffritto e tutto si mescolava con un senso che non aveva senso ed era invece più sensato di tutto quello che sembrava esserlo, come le parole ordinate, i lavori di successo, la vita che riparte a settembre, gli obiettivi, le grandi conquiste.
È poi arrivato il momento di chiudere il mio armadietto per l’ultima volta, timbrare per l’ultima volta, riporre gli stivali di gomma bianca tutti smangiati e tornare là fuori, alla fine di quella lunga estate piena di odori e libri letti e preziosi come un tesoro sepolto nel cuore del cuore della pianura.
MA IL CIELO, CHI È?
di Elisa Baldini
Io è un periodo, questo, che non ci capisco più nulla, ma una cosa che mi consola tantissimo è la musica. Della musica io non so niente, ho studiato solo un po’ pianoforte e poi ho smesso perché preferivo giocare a rugby. Io nella musica mi ci butto dentro e basta, mi ci faccio scudo quando vado a giro nel mondo senza capirci nulla. L’unico problema è che spendo tanti soldi per andare ai concerti. Però oggi 3 Marzo posso già dire che ho visto il concerto più bello dell’anno, lo dicono tutti e lo dico anche io. Il concerto è quello di David Byrne al Teatro degli Arcimboldi a Milano. Questo concerto costava dei grandi denari, ma io e la mia amica ce ne siamo fregate, ci è sembrato fin da subito una cosa giustissima spendere tutti questi soldi per andare a Milano a vedere David Byrne, anche se non avevamo fatto i conti con le Olimpiadi e con il senso di colpa di aver comunque speso troppo, che ti arriva sempre dopo, quando spendere hai già speso. E allora siamo andate a Milano, con i nostri due biglietti anche stampati, di carta. Tra l’altro stampati insieme, fronte retro per errore. E io ho pure pensato che per questo motivo magari non ci avrebbero nemmeno fatto entrare. E ci sono anche stata in pensiero. Ma a quelli del Teatro degli Arcimboldi gli è andato bene uguale. Il Teatro degli Arcimboldi non è un tendone grosso, come mi aveva detto una persona male informata, è un Teatro fatto di cemento, una roba bella grossa e strutturata che di tendone non ha neanche l’idea, e ci hanno suonato in tanti. Appena entrate ci siamo guardate intorno e subito ci ha travolto l’abbaglio del tempo: improvvisamente siamo diventate giovanissime, le più giovani di tutti, io mi sono quasi pentita di non essermi messa la minigonna scozzese o i pantaloni di ecopelle comprati da Silvano che mi mettevo al liceo. Non abbiamo fatto in tempo a riprenderci dallo stupore di essere ridiventate così giovani, che abbiamo cominciato a spendere dei grandissimi soldi al banchetto del merchandising. E quindi leggere e spumeggianti come due rinate sedicenni in questa orda di capelli bianchi, capelli niente, messe in piega, ci siamo dirette verso il nostro posto con tutta la nostra bella saccocciata di roba e abbiamo subito attratto l’attenzione di un gruppo di persone simpaticissime che erano sedute accanto a noi, che ci hanno raccontato che loro, da trent’anni, e cioè da quando hanno finito l’Università, si ritrovano una volta all’anno per fare una cosa bella insieme, e questa volta la cosa bella era il concerto di David Byrne. Una di loro era venuta addirittura da Monaco, ce l’avevo di fianco. Il signore che avevo seduto davanti, invece, si è girato tutto intero verso di noi e ci ha detto: “Ma siete le uniche giovani!” E allora sì che ci siamo tutte ringalluzzite, camminavamo a mezz’aria anche se eravamo ferme e sedute, ed io per la gioia e l’imbarazzo mi sono voltata e ho visto che dietro di me stavano arrivando, invece, dei gruppi di ventenni, tra l’altro molto vestiti scozzese e di ecopelle. E quindi l’amarissima verità è questa: che della maturità, chiamiamola così, noi abbiamo già preso a piene mani anche l’ansia di arrivare tardi nei posti, e ci si arriva prima di quelli più giovani, che anche se non sono tantissimi ci sono, e arrivano dopo, tranquilli e beati perché sanno che di tempo, loro, ce n’hanno ancora abbastanza. E poi nulla, son partiti degli uccellini a cantare, si sono spente le luci, e la voce di David Byrne ci ha detto, chiaro e tondo, che anche se era un teatro di cemento si poteva ballare, e di darsi una regolata con quei telefonini. Ed è iniziato il concerto. Ed io ora cosa posso dire, del concerto?
Che è iniziato con Heaven ed il globo terrestre che piano piano saliva dietro le spalle di David e della sua marching band, e noi abbiamo pianto all’unisono, e sono sicura non solo noi due, secondo me c’è stata una lacrima condivisa gigante tra quei cappotti rattrappiti dietro le nostre schiene. Alla terza canzone eravamo già tutti in piedi, e la mia amica si è girata verso di me e mi ha urlato nell’orecchio: “La verità è che di soldi ne dovevamo pagare anche di più!” E quella di Monaco mi ha tirato la prima delle tante culate che mi avrebbe tirato per tutta la sera, perché a sedere noi del primo settore parte alta non ci siamo stati quasi mai, e sono proprio felice di aver costretto quei ventenni che erano dietro di me a stare in piedi anche loro, che tra l’altro stavano immobili come paletti e solo verso la fine li ho visti dare due o tre colpi di bacino.
In questi giorni mi sono letta tanti articoli di addetti ai lavori che erano lì. In realtà, lo confesso, sono andata a cercarmi i loro profili non tanto per interesse intellettuale, ma per vedere nei loro post e nelle loro stories delle videoregistrazioni che mi potessero in qualche modo far rivivere all’infinito, come componendo un puzzle di ricordi nei telefonini degli altri (perché io il mio l’ho tenuto per lo più nella borsa) quella gioia incredibile che mi ha stampato un sorriso nel viso per quasi due ore, che alla fine mi faceva quasi male la mascella. Io non lo so chi gliela dà quell’energia a quell’uomo lì, che ha l’età di mia mamma, e non che mia mamma sia vecchia o non sia una sportiva, fa pilates due volte alla settimana, ma lui è anche tutto coordinato, non è mica facile ricordarsi, mentre si canta e si suona, tutte le posizioni, i passi. Perché in pratica il concerto è stato una coreografia continua, un brulichio di gesti, anche piccoli, di accenni di una danza che non era mai una danza, era più una marcia gentile. E David Byrne ci guardava, un po’ ma guardava più che altro un punto fisso, come si fa quando ci si deve ricordare i passi, e questo lo ha reso più umano, lui che per la musica che fa per me è quasi un Dio. E tutta la sua Ghost Train Orchestra era vestita di blu ed era felice, e anche noi, nel nostro piccolo, eravamo contentissimi: noi due, la signora di Monaco che mi tirava le culate, quello accanto a lei che mentre si scatenava sul finale al ritmo di Burning down the house ho avuto paura ribaltasse nella fila davanti. E mentre cantava e suonava, David Byrne, insieme alla sua tribù danzante e lineare, un po’ scoordinata e alla fine composta come ti appare la figura che viene fuori quando, nella Settimana Enigmistica, colori di nero biro le parti con dentro il puntino, ci ha parlato di tante cose, con le sue canzoni e con le immagini che scorrevano dietro e sopra di lui, invadevano il palco e diventavano un tutt’uno con i corpi che lo abitavano. Ci ha parlato dell’America e delle rincorse dell’ICE criminale, di com’è strano vivere, e anche ballare e divertirsi, during wartime, ci ha mostrato case come quelle dei Sims e la sua casa vera, quell’appartamento che è così suo amico e che, durante il Covid, è diventato il suo migliore amico. E questo è successo, per me, a Milano, in quel teatro bello e vero e grande di cemento. Mi è successo di capire tutto senza sapere nulla, di essere anche io parte di quei corpi danzanti senza apparente sforzo, parte di quell’ondata emotiva così precisa e perfetta che ha messo in ordine il casino che mi porto dentro in questo periodo bislacco della mia vita. E per quasi due ore la domanda Who is the Sky? ha smesso di trapanarmi la testa. Ho solo pensato di farne parte anche io, di questo cielo. E che mi bastava. Se vi sembra poco.
Il collezionista di vecchie foto
di Stefano Marchini
“Perché non le bruci tutte”??! chiede mia madre per l’ennesima volta. Lancia uno sguardo beffardo al minuscolo pacchetto avvolto in carta da giornale che stringo tra le mani.
“Potresti farci un bel falò in giardino!”, suggerisce, caustica, mia sorella.
Già che bella idea..! …magari poco ecologica, ma efficace.. certo.
Questi sono i soliti commenti ogni qual volta mi vedono entrare per il pranzo domenicale… con quella ieratica serenità di chi ritiene in cuor suo di aver appena, eroicamente, salvato qualcosa di prezioso dall’oblio eterno.
Reduce, io, dal tour de force di uno dei “mercatini “, come li chiama lei.
Un tour de force indispensabile per riuscire ad esplorarne uno, ma molto più spesso due in poche ore ”( si svolgono lo stesso giorno in paesi vicini).
… e non arrivare in ritardo al canonico pranzo con i genitori.
Il ritardo al pranzo della domenica implica la Dannazione Eterna.
Sospiro e sorrido. Certo, sorrido. Non ho molta scelta.
È una vita che mi sento incompreso, cosa vuoi che sia l’ennesima sfumatura di conferma?
Il collezionista di vecchie foto, ahimè, è altresì una creatura bizzarra, condannata quasi sempre ad una pressoché totale solitudine…
Nessuno è profeta in patria, d’altra parte, perché mai dovrei esserlo io?
Eppure una volta, forse addirittura due, ci ho provato: ho tentato di spiegar loro qual sia “il punto”. Già, qual è il punto?
Dove sta il fascino di “buttare via dei soldi” questo dicono, per foto di “gente morta che non sono neanche tuoi parenti.”
Vivere in una famiglia in cui le immagini dei miei nonni sono pochissime. Forse è stata quella una della molle più potenti per iniziare.
Invidiavo segretamente gli album di famiglia dei miei compagni di scuola. Non avevo che poche, pochissime foto. Poche anche di me bambinetto. Figurarsi dei miei nonni.
E allora, in un qualche modo, ho cercato, forse inconsciamente, di crearmi una sorta di famiglia alternativa. La famiglia parallela tra le bancarelle.
… una famiglia “a la carte” di prozie, bisnonni, cugini dei nonni, trisavoli…dando loro un volto e una vita immaginaria. Immaginata.
Questo forse devo avere detto loro ma, alla fine, ho mestamente rinunciato al trofeo della comprensione.
Definitivamente.
Non ricordo, comunque, quale sia stata la primissima foto della mia collezione.
Deve essere iniziato forse qualcosa come 15 anni fa, o giù di lì.
Erano alcune immagini di soldati, incontrovertibilmente tedeschi, negli anni 30-40 del secolo scorso.
In posa dopo alcuni lavori di scavo di un fossato. Foto di tedeschi in un fossato da scavare definitivamente.
Chissà quale lungo e tortuoso percorso, settant’anni dopo, le aveva portate dalla Germania fino a me, lì in quell’ultimo lembo della provincia mantovana.
Non pensavo in quel momento specifico di stare iniziando una poderosa collezione, non ho udito uno squillo di trombe o un rullo di tamburi. Nulla di tutto questo. Forse, banalmente, cercavo solo delle cornici, ho girato lo sguardo e ho visto quelle foto in bianco e nero.
E, decisamente, non avrei immaginato, da quelle 4 foto prese quasi per caso di arrivare, secondo il mio non definitivo censimento a quasi 4.500 foto in tutto.
Altro che falò in giardino: oggi potremmo riscaldarci il salotto per molte ore.
Cosa me ne faccio poi di queste foto che compro?
…Beh mi piace collocarle in grandi album eleganti con le pagine divisorie di carta velina in modo tale da poterle sempre prendere tra le mani e leggerne le didascalie sul retro.
Note argute spesso scritte con corsivi sinuosi ed eleganti oppure vergate in un italiano approssimativo e zoppicante.
Un messaggio, un auspicio affidato a quella foto che si fa testimone e veicolo del desiderio di non essere cancellati dal mondo.
“Affinché tu non possa dimenticarti di me”, scrive Liliana al suo Dino.
Sovente, infatti, ciò che appare sul retro di una foto costituisce l’elemento che può rendere speciale se non unico uno scatto apparentemente convenzionale.
Mi piace pensare che ogni foto nasconda un segreto e io possa, in un qualche modo, avvicinarmi a decifrarlo.
Quello che le persone scrivono…quello che il linguaggio del corpo rivela e non riesce a nascondere.
Come i soggetti ritratti sorridono, si pongono dinnanzi al fotografo, come si relazionano tra loro. Tutto evocativo e interessante. E’ un canto alla durata lasciato ad anonimi per anonimi.
Mi piace pensare poi, mentre giaccio inerme tra le braccia di Morfeo, che le persone durante la notte fonda più fonda.
…le persone “dentro” i miei album… “parlino” tra loro, che come nel Berghof de “La montagna incantata “ di Thomas Mann, un’ Europa cosmopolita, grazie a me, si incontri davanti ad una tazza di tea.
Che il Conte Messen-Hauer possa così dialogare sia con Monsieur Lafitte del prezzo delle ostriche ma anche con la contadina di Reggiolo di come si possa realizzare a mano quel ricamo così complesso. Senza distinzioni di classe, abbattendo gli steccati, le paure, persino superando il massimo scoglio: la lingua diversa.
Mi piace pensare ai miei album come ad una collezione di vite che si parlano tra loro.
Mentre io dormo.
Tutti i collezionisti, davvero, non solo io, in fondo sono esseri un po’ bizzarri che decidono che un oggetto, uno fra centinaia, sia ammantato di un fascino, di una bellezza, di un valore.
Una sorta di linguaggio segreto ai più, incomprensibile alla stragrande maggioranza.
Dove altri vedono solo una distesa di vecchie penne stilografiche, una maniglia arrugginita e polvere su polvere, ciarpame inutile, gli occhi del collezionista si illuminano.
E’ sempre sottilmente divertente la vaga, sotterranea “diffidenza” che avverto quando in un mercatino mi trovo fianco a fianco con qualche altra persona che ha la mia stessa passione e aspettative simili.
Totalmente disinteressato, lui, a quello che sto esaminando, come lo sono io per quello che sta visionando lui.
E, lo sento dagli sguardi, reputa assurdo e vagamente patetico che qualcuno possa davvero essere interessato e addirittura pagare o collezionare “quella roba lì”.
Le foto di gentemortachenonsaineanchechisono, ecco, quella roba lì.
I mercatini dell’usato, comunque, sono un po’ un mondo a parte, credo molto poco rappresentativo del mondo reale.
O almeno voglio illudermi che questa gente non sia davvero la maggioranza nel mondo reale.
La meglio gioventù, eh no, quella non frequenta i mercatini della domenica. E’ un terreno battuto in buona misura da anziani, giovani immigrati, gente annoiata in cerca di ciarpame a poco prezzo. Gente che arriva prima del pranzo domenicale, appunto, dà un’occhiata e se ne va.
E chissà in quale categoria verrei inserito io.
Esercenti e acquirenti paiono poi quasi due stadi delle medesima specie.
Due stadi di una mutazione che, a secondo di quale fase nella vita tu stia attraversando, ti vedrà dietro o davanti il banco.
Ogni cliente potrebbe (e forse vorrebbe) essere il venditore, e viceversa.
Il cliente ( tutti i clienti tranne me) vogliono mettere in chiaro sin da subito che loro conoscono perfettamente non solo il valore ipotetico, che so.. di un disco di vinile, ma ovviamente in quale anno sia stato pubblicato.
Non hanno poi alcun dubbio sulla provenienza di quella monumentale poltrona.
“Ce l’aveva mio padre uguale”
“Ne avevo uno quando andavo a scuola”
“Questo tipo di orologio lo fanno solo in Svizzera. Anzi solo nella Svizzera tedesca”
E altre amenità assertive del genere.
E allora io dentro di me sbadiglio.
Mi limito a salutare gentilmente il venditore, poi mi immergo. Indosso i miei occhiali, reali e metaforici… e mi immergo per (tutto ) il tempo che sarà necessario nei plichi di foto proposte.
E a volte, è un tempo lunghissimo. Me lo hanno fatto notare i pochissimi sventurati che una volta osavano accompagnarmi.
Mi immergo e non sento (quasi) più nulla.
Le voci delle persone diventano via via più ovattate, lontane .
Qualcuno raramente si avvicina nel mio spazio vitale. Vuole prendermi l’osso. L’ osso che, fintamente mansueto, tengo fermo tra le zampe.
Guai a chi fa caso al mucchietto di foto che diligentemente sto mettendo via via da parte.
Quanto costa, poi, una vecchia foto in bianco e nero?
Non esiste un valore oggettivo.. non è come acquistare un kg di zucchero o una scatola di fiammiferi.
Chi decide, per dire, quanto valga una piccola, deliziosa foto di una famiglia di Formigine davanti alla porta di casa? Foto datata Ottobre 1942 quanto vale?
Il mercato dell’usato è il regno della soggettività più spinta, irrazionale, che tiene conto poco o nulla di quanto sia il così detto prezzo medio di un oggetto.
E le foto non sfuggono a questo bislacco teorema.
Mi è capitato a Parma, per dire, di prendere due grandi foto sicuramente di fine ottocento per pochissimi euro.
Troppo, troppo poco mi sono detto.
O, quella volta invece, che con il sudore freddo lungo la schiena, acquistai per 100 euro una intera valigia di foto. Foto in studio di fine ottocento, ingrandimenti di foto di matrimonio degli anni 30, una foto di classe del 1903…Tantissime foto…foto…foto!
Non avevo mai speso così tanto in una sola volta e continuavo a chiedermi: sono io che sto facendo un affare incredibile o a fine giornata il venditore si vanterà con la moglie di aver rifilato ad un tizio sciocco e provinciale quella valigia di foto che non voleva nessuno e che si doveva sempre portare dietro per niente?
E poi, invece, d’altra parte, trovi gente che per una fotina scialbissima degli anni 50 ha la faccia tosta di chiederti 3 euro.
Frequento i mercati dell’usato da innumerevoli anni e, nel frattempo, almeno una cosa, una, l’ho capita: bisogna sempre diffidare dalle esposizioni troppo ordinate, perfettine, laccate e leccate. Diffidare dalle foto protette entro bustine di plastica. O, non sia mai, entro famigerate eleganti scatoline di legno laccato.
Le solite foto da bruciare tutte in un bel falò mattutino qui saranno trattate, né più né meno, come preziosissimi oggetti d’antiquariato alla stregua di una damina Luigi XVI in porcellana.
Se avessi risorse illimitate, eh già, lo confesso, al di là di queste considerazioni razionali le comprerei comunque tutte, senza alcuna selezione. Senza limiti.
Il mio periodo preferito sono gli anni 20-30-40 con un margine di tolleranza.
Basta che non vadano troppo oltre gli anni ’50 perché il benessere del dopoguerra ai miei occhi è molto meno affascinante, troppo simile alla nostra contemporaneità. Cerco, insomma, di acquistare solo quello che mi piace, che mi intriga, che mi fa sorridere.
Alle rigide foto in posa in studio con un fotografo professionista preferisco nettamente gli scatti di famiglia.
Pranzi, gite in montagna, momenti conviviali di ogni tipo. Rifuggo istintivamente dalle esposizioni troppo perfette e che paiono quasi opera di uno scenografo.
…poche cose, invece, sono per me più eccitanti di trovarmi dinnanzi il classico cartone di banane maldestramente appoggiato sull’asfalto.
Una scatola di banane con all’interno un ammasso caotico di foto da estrarre una ad una.
Da rimettere per il verso giusto, una ad una. Un sogno!
Come quella volta che nel caos totale del cartone trovai 350 foto appartenenti, incredibilmente, tutte alla stessa signora.
Un naso aquilino mestamente appollaiato tra i laghi azzurro chiaro dei suoi occhi.
Occhi tristi e melanconici che non l’avevano abbandonata per tutta la vita.
Silvia G. di Fanano forse non era mai stata una donna felice e sentivo, in qualche modo, di doverle delle scuse.
Mi dovevo, io, scusare per chi , tra i suoi discendenti, non aveva avuto alcuna remora a disfarsi in un sol colpo delle immagini di tutta la sua vita. Era lì come si butta via un sacco della spazzatura.
L’ennesimo torto subito alla fine di una vita forse infelice, mi dicevo.
E allora… in una radiosa giornata di Maggio… distesi tutte le foto su un grande tavolo.
Non c’era più un margine libero. Con grande fatica e una potente lente d’ingrandimento iniziai a ricostruire la sua vita.
Studiai il cambiamento della fisionomia, gli abiti, le acconciature per capire la successione cronologica. Quali foto fossero state scattate nello stesso momento ma da angolazioni diverse e con persone diverse che apparivano in uno scatto, ma non negli altri. Anche se la festa in giardino era sempre la stessa riuscii, in un qualche modo, a ricostruire il suo amore, il matrimonio, la nascita dei figli, dalla giovinezza fino quasi alla Casa di Riposo.
Mi osservavo dall’alto e mi dicevo: davvero ha senso che tu spenda un intero lunghissimo pomeriggio della tua unica vita per fare questo?
Per ricostruire la vita diunachenonsaineanchechièenonèneancheunatuaparente?
Mi sono sorriso da solo e mi è parso che in un qualche modo, da un qualche luogo, lei mi stesse guardando con un sorriso di gratitudine.
Libri che edificano
di Davide Bregola
E’ la bellezza di cercare libri belli. Una decina d’anni fa venne a Mantova a trovarmi una ragazza veneta che aspettava un bambino, mancava un mese alla nascita. Voleva scrivere racconti. O meglio: li aveva già scritti e voleva migliorarli. Le parlai del libro d’esordio di Susanna Bissoli intitolato Caterina sulla soglia (Terre di Mezzo). Quando nel 2009 lo lessi rimase per lungo tempo il più bel libro di racconti italiani che avessi letto in quel periodo. Cosa c’era dentro? Sedici racconti segnati da un anno per ognuno di essi. Per esempio i primi tre nell’indice sono così suddivisi: 1970 Parcheggiare la macchina a cinque anni. 1970 All’asilo con la corriera. 1973 Arzarè. Erano racconti ma a mio avviso quel libro aveva tutta l’aria di essere un romanzo a frammenti. Regalai alla ragazza incinta quella raccolta dicendole che era un libro da studiare. Sparì e non la vidi più. Invece Susanna Bissoli la seguii anche nel suo romanzo Le parole che cambiano tutto ma la vera grande riscoperta è leggere il suo più recente I folgorati (Einaudi)
La scrittura è eterea, precisa, essenziale. La grandezza del libro sta nel costruire una storia con il minimo indispensabile. Lessico e sintassi alla stregua di un’arsura che diventa opera d’arte come le crepe di Burri. Si parla di una famiglia, di un padre, di una sorella, di un fidanzato. Si parla di Vera e della suo vita ostinata nella quale c’è la malattia ma anche la gioia. Direi che questo libro, pur raccontando di sopravvissuti alle drammatiche vicissitudini della vita, parla di salvezza. I folgorati del titolo sono coloro che sono stati colpiti da un fulmine e sono ancora vivi nonostante tutto. Hanno un foro d’entrata e d’uscita del fulmine da qualche parte nel corpo. Questo segno indelebile fa ricordare loro di essere scampati a qualcosa di enorme. I protagonisti del romanzo sono pure essi scampati a qualcosa di enorme. Vera aiuta il padre a scrivere il suo romanzo. Uno detta e l’altra scrive. Sono entrambi malati ma c’è spazio per l’ironia e per la grazia anche nella loro storia. Il padre vorrebbe acquistare una casa in collina, dalle parti del lago di Garda, in su come sarebbe piaciuto a sua moglie. Franco, il moroso che fa il medico, parte. La sorella di Vera ha un negozio e una figlia adolescente. Sembrerebbe tutto banale, raccontato come sto facendo io. In realtà il romanzo è struggente. A chi l’ho consigliato ho detto: “E’ bellissimo. E’ un manuale di scrittura” ma non sono stato preciso perché in realtà I folgorati è un manuale di sopravvivenza in questa nostra arida contemporaneità. Lo consiglio a chi crede possa esserci una via edificante al romanzo. Si compra qui.
IL DIAVOLO E L’OSTE
di Robert Louis Stevenson
Una volta il diavolo si fermò in una locanda, dove nessuno lo conosceva, ché l’educazione della gente di quel luogo lasciava un po’ a desiderare. Il diavolo si sentiva incline a combinare guai, e per un certo periodo continuò a seminare zizzania fra tutti quanti. Ma alla fine l’oste cominciò a tenerlo d’occhio e lo colse sul fatto.
L’oste allora prese una fune. «Ora ti frusterò a dovere», gli disse.
«Non hai alcun diritto di essere in collera con me», ribatté il diavolo. «Io non sono che il diavolo, e fare il male è nella mia natura».
«Stanno proprio così le cose?» chiese l’oste. «È un dato di fatto, te l’assicuro», rispose il dia-volo.
«Davvero non puoi fare a meno di fare il male?» chiese l’oste.
«Non posso farci assolutamente nulla», disse il diavolo; «prendere a frustate un essere della mia sorta sarebbe una crudeltà inutile».
«Hai proprio ragione», disse l’oste. E fece un nodo scorsoio e impiccò il diavolo.
«Ecco fatto!» disse poi...
Robbabuonachecipiace
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