MOLLETTE #36 - Agosto
Storie stese ad asciugare
Sabato 19 e domenica 20 settembre 2026 Jacopo e Davide faranno un atelier di scrittura a Ostiglia (Mn) alle Riserve Naturali Paludi di Ostiglia. E’ molto facile partecipare, basta scrivere a davidebregola@gmail.com per avere tutte le informazioni del caso. L’atelier del sabato inizierà alle 15 e terminerà alle 18. La domenica invece sarà dalle 10 alle 13, poi pausa pranzo, infine dalle 15 alle 17. Ci incontreremo davanti al Centro “La Ciminiera” di Ostiglia (facile trovarlo con GoogleMaps) e poi andremo tutti nel luogo indicato. In caso di pioggia saremo al coperto. In caso di sole staremo fuori.
LA FIGLIA DEL RE
di Jacopo Masini
La figlia del Re era scappata col macellaio del paese. Tutti la cercavano, compreso il macellaio del paese che non lo sapeva che la figlia del Re era scappata con lui. Dopo una notte di ricerche in cui tutti gli davano del bugiardo, è tornato a casa e ha trovato la figlia del Re a letto che lo aspettava.
‘Dove eri andato?’ Ha chiesto la figlia del Re.
‘Ecco dov’eri!’ Ha detto il macellaio. Poi è uscito per avvertire che aveva trovato la figlia del Re e ‘Ma dove vai!?’ ha urlato la figlia del Re mentre il macellaio del paese usciva.
Appena uscito l’hanno catturato e impiccato, anche se lui diceva ‘Ma io non sapevo niente!’.
Questa storia insegna che bisogna essere in due, per scappare insieme. Altrimenti uno dei due fa una brutta fine.
UNA POESIA DI GIOVANNI GIUDICI
IL PREZZO DEL SUBLIME
Mi domandi se potrai.
Mi domando se potrò.
Io sarò - non sarai.
Tu sarai - non sarò.
Per noi sarà quello che non potremo.
Quello che non saremo su noi potrà.
Non-tu non-io noi -remo.
Ma contro la specie che siamo orgoglio estremo verbi avvento al cliname che ci rotola a previste tane umanamente inumane
persone del futuro seconde e prime.
Io -rò.
Tu -rai.
Il niente
è il prezzo del sublime.
L’AMERICA A CINQUANTA CHILOMETRI DAL BALCONE
di Sonia Serazzi
Giovanna sale in macchina e sprofonda sul sedile del passeggero. Al volante un giovane disoccupato: lo pagano in molti per fare viaggi. Giovanna va in ospedale, con una busta di carta verde come bagaglio. Prima di imbarcarsi, la donna alza gli occhi al balcone della sua cucina, sorride e saluta col braccio per aria, quasi una benedizione. La mia vicina parte per Catanzaro. La sua America è a cinquanta chilometri dal balcone su cui prende il fresco d’estate, mentre i nipotini fanno bolle di sapone che volano tonde per aria.
Il disoccupato, per andare e tornare dal Policlinico di Germaneto, chiede 60 euro. Da moltiplicare per quarantacinque sedute di radioterapia. Quarantacinque gite obbligatorie, e se un giorno l’apparecchiatura terapeutica non funziona, Giovanna non lo sa, quindi viaggia lo stesso verso l’ospedale. Il disoccupato è contento, perché lavora e lo pagano. Alla fine la malata pure sorride un poco: pensa al fuoco che la guarisce, e si scorda i 60 euro da cacciare dalla pensione. E pazienza se per un giorno il fuoco non c’è.
Il resto si può leggere qui su Dissonanze (Donzelli editore)
Faccio una strada che costeggia il Mincio per arrivare a Po. Direzione Governolo. Sulla statale una marea di autoarticolati con la scritta “Trasporto eccezionale”, portano piloni in cemento per il nuovo ponte in costruzione da anni sul fiume, che collegherà la sponda destra e sinistra del Po.
Mi fermo. Da una parte il Mincio, pieno d’acqua, e il Canal Bianco, pieno d’acqua, che arriverà a Venezia ed era stato concepito per essere un’autostrada fluviale. Passo sopra alla Modena-Brennero stracolma d’auto e di camion. Dove sta andando tutta questa gente in una normale giornata di metà settimana? Calura, canicola, sono le sette di mattina e manifesti plastificati indicano le insegne della Sagra dello struzzo dal 18 al 22 agosto, Sagra del risotto, Sagra del pesce gatto. Fino a pochi anni fa erano tutte Feste dell’Unità, ma si sa come va il vento e la storia cambia. Vento che non c’è oggi, neanche a pagarlo. M’incammino lungo l’argine e scatto foto di sabbia, acqua, pioppi neri, tigli, querce. A parte giaroni bianchi sulla banchina, ai lati del fiume, il corso principale del Po sembra ancora vigoroso. Imbocco Via Po Barna, che conduce a Correggio Micheli. Le insegne che indicano San Benedetto Po, Quistello, sono tutte scolorite, quasi illeggibili. Anche qui agriturismi e aziende agricole tra argine e golena. In lontananza vedo enormi archi arrugginiti sul modello del ponte di Calatrava e qualche operaio vestito d’arancione sta saldando metalli. Eccolo il nuovo ponte in costruzione, che sostituirà il vecchio ponte sfondato dal peso dei mezzi che in poco più di cinquant’anni l’hanno reso inagibile. Anche qui acqua e sabbia, nulla più. Punto verso Quingentole perché voglio entrare al bar per parlare con qualcuno. A Nuvolato c’è una via chiamata Sabbioni e penso che la toponomastica non possa mentire e che la terra sabbiosa indica che il letto del fiume era più ampio, invadente, e nei secoli dei secoli lo hanno reso docile come un lupo in cattività. A Quingentole c’è pieno di chioschi per la vendita di frutta e verdura a Km 0. Il bar edicola del paese, sotto ai portici, ha tavolini e sedie bianche in plastica. Alcune signore anziane sono lì fuori e parlano di figli e nipoti. Uno dei quotidiani della Provincia ha grandi titoli allarmistici: «La siccità ferma l’agricoltura», «La motonave si arena a Viadana. Se non piove non si muoverà». I gestori dell’acqua invitano a ridurre i consumi. Raggiungo il Po dove c’è una piarda e una fila di motoscafi attraccati alla banchina. Lì è tutto secco. Alla mia destra una cava di sabbia chiusa da chissà quanto tempo. Vado giù, cammino sulla sabbia. C’è un signore fermo che guarda in là, sull’altra sponda in cui c’è Bagnolo San Vito. Magrissimo, con occhiali e braghe blu, dice che negli ultimi quindici giorni è calato di mezzo metro. Ma è sicuro non ci sia nessuna emergenza. Ha già visto di peggio nel 2003 e nel 2006…2023. Avanti due chilometri c’è la foce del Secchia sul lato destro del Po e la foce del Mincio a sinistra. I due affluenti si incontrano nello stesso punto e lì l’acqua sta arrivando perché due giorni fa nel modenese, tra Fiorano e Concordia, è piovuto e grandinato. «Sta arrivando giù di tutto. Fango e merda.» Ma dal Garda, tramite Mincio, arriva acqua pulita. Lì, all’incrocio tra i fiumi, si vedono tre colori diversi d’acqua. Chiedo per le centrali termoelettriche di Ostiglia e Sermide, a un tiro di schioppo, ed è tutto chiaro, cioè i conti non tornano, perché non capisce il motivo del fermo. Le pompe arrivano a pescare acqua sul fondo e così, a occhio, ci sono ancora almeno venti metri di profondità. A suo avviso è più che sufficiente per pompare acqua di raffreddamento per le turbine. Eppure niente, chiudono impianti a gas che dovrebbero produrre energia elettrica. Così, tra anticicloni dai nomi esotici e perturbazioni che arriveranno dai Balcani, qui sembra tutto fermo, tranne il Po che, a parte qualche punto sabbioso, sulla linea principale corre veloce verso il Delta. E’ da questi rami secondari che stanno emergendo mezzi meccanici della Seconda Guerra Mondiale. Pochi giorni fa a Sermide è affiorato un semicingolato tedesco SD KFZ 11, un trattore di artiglieria tirato fuori dalla secca. Un ammasso di ferraglia ancora intatto che ci fa capire quanto sia labile il tempo cronologico. Mi sposto verso Pieve di Coriano e l’argine è una vipera sottile e stretta, con il Po da una parte e le case dall’altra. Alla Canottieri “Il Cormorano” un anziano dice che suo figlio ha guardato il Meteo dallo smartphone. Non pioverà. Qui ognuno dice la sua: per alcuni sarà una tragedia immane, per altri è solo un momento e passerà. Mi butto verso Revere e vado al Lido Po. Ho di fronte a me la centrale termoelettrica coi quattro camini puntati al cielo. Dalla mia parte pompe idrauliche stanno lanciando acqua sul mais, di là una cascata d’acqua scende dalla centrale e si butta nel letto del fiume. Nuvole di moscerini neri mi beccano. Dicono che quando mosche e moschini iniziano a pungere, presto pioverà. Al momento la gente è in vacanza. Le autostrade traboccano di auto, camion, corriere e van. La benzina costa un occhio e fare una gita al mare o in montagna ha costi proibitivi. Ma nessuno sembra accorgersene. Dev’esserci un’economia ufficiale, in Italia e poi c’è un’economia reale ossia quella vera, coi denari risparmiati dai nonni e dalle madri e dalle persone che si arrangiano come possono e qualcosa da qualche parte, sotto al materasso, sul conto di una vecchia zia, tramite Postepay, Paypal o diavolerie del genere, trovano sempre. Ci penseremo a metà settembre alle guerre, alle ingiustizie, alle multe non pagate, alle gite di Natale. Buona estate!
LA BEVANDA DEL DIAVOLO
di Jacopo Masini
I fatti raccontati di seguito e riportati in modo arbitrario, così da restituire il quadro generale della faccenda senza scendere troppo nei dettagli – visto che per scendere nei dettagli occorerebbero volumi e volumi relativi alla storia dell’Islam, dell’espansione occidentale in Oriente, e poi altri a proposito di Venezia, dei primi caffè, e poi ancora sulla storia della Chiesa nel rapporto con ebrei, musulmani e filosofi considerati eretici come Giordano Bruno, che non fece una bella fine, insomma visto che sarebbe occorso troppo tempo e troppo spazio –, i fatti raccontati di seguito, dunque, hanno protagonisti eccellenti e vanno a concludersi con una tazzina di caffè.
Una tazzina che, suo malgrado, rappresenta uno dei più comici, e dunque tragici paradossi della storia moderna.
Ma la stiamo tirando troppo per le lunghe, quindi è bene iniziare coi fatti. Anzi, prima, forse, è meglio partire dalle impressioni, cioè dall’impressione che possiamo ricavare osservando i ritratti disponibili e più diffusi di Papa Clemente VIII, nato Ippolito Aldobrandini a Fano il 24 febbraio del 1536 sotto il segno dei Pesci, segno che secondo alcuni è caratterizzato da romanticismo e una fame di emozioni e di vita inestinguibili, ma, come vedremo, sarà anche vero, però bisogno starci attenti a questa fame inestinguibile, perché può condurre a prese di posizione un po’ azzardate, quindi fate attenzione ai Pesci, sebbene non sia questa la sede per entrare in questioni astrologiche, che poi si fa davvero una brutta fine, come vedremo.
Osservando i ritratti di Clemente VIII se ne ricava una impressione spiacevole, ci si perde facilmente in uno sguardo torvo, privo di compassione, un po’ sospettoso, di uno che, se gli si dà il potere di farlo, è capace di far fuori tutti quelli che gli stanno sulle balle. E infatti.
Infatti Clemente VIII, che è diventato sacerdote a quarantaquattro anni, dopo aver intrapreso con successo la carriera giuridica e aver collaborato con la Sacra Rota – e già lì potevano venire i primi dubbi, ma lasciamo stare –, a cinquantasei diventa Papa al termine di un Conclave molto tribolato in cui gli spagnoli volevano eleggere Giulio Antonio Santori, che se l’avesse spuntata lui Giordano Bruno avrebbe magari fatto un’altra fine, ma vallo a sapere. Quindi, in dodici anni Ippolito Aldobrandini da Fano fece una carriera ecclesiastica rapidissima e diventò Papa Clemente VIII, a Giordano Bruno iniziarono a fischiargli le orecchie, e in quanto Papa Clemente iniziò rapidamente a prendere provvedimenti all’epoca ritenuti imprescindibili e che adesso, col senno di poi e col trascorrere dei secoli, li vediamo in un altro modo, ma i tempi cambiano, la Terra continua a girare attorno al Sole, sebbene quest’ultima affermazione, ecco, all’epoca non si potesse fare con troppa leggerezza.
Tanto per cominciare prese di mira i Protestanti, che andavano arginati, rimandò un nunzio apostolico in Olanda, poi stabilì una serie di cose in materia di fede e liturgia e il 25 febbraio del 1593 – un giorno dopo il suo compleanno – decise che gli ebrei dovevano levarsi dai coglioni e andare via dal Vaticano, a parte quelli del Ghetto di Roma e di Ancona. Solo che non ci mise mica tanto ad accorgersi che, levandosi dai coglioni gli ebrei, per la vita economica del Vaticano diventava un grosso casino e allora tre giorni dopo, il 28 febbraio – quattro giorni dopo il suo compleanno –, decise che stava scherzando e fece rientrare gli ebrei, una volubilità tipica dei Pesci, che saranno appunto anche romantici e passionali, ma è un attimo che fanno un casino di cui si pentono.
E infatti poi di casini ne ha combinati e, non sappiamo se ne fosse consapevole, ma è passato alla storia soprattutto per aver preso delle decisioni mica tanto furbe, a parte una che è poi quella di cui vogliamo raccontare davvero.
Clemente VIII è passato alla storia, infatti, perché durante il suo pontificato furono condannate a morte per eresia e arse vive trenta persone, tra le quali spiccano – loro malgrado, che ne avrebbero sicuramente fatto volentieri a meno di spiccare per questo motivo – Beatrice Cenci, Menocchio – al quale Carlo Ginzburg ha dedicato un libro bellissimo intitolato Il formaggio e i vermi – e Giordano Bruno, che è senza dubbio uno dei più importanti, rivoluzionari e prolifici filosofi della storia occidentale, però diceva che c’erano infiniti mondi, in infiniti universi, che la materia non poteva essere generata o distrutta, e un sacco di altre cose mirabolanti in cui mescolava materialismo antico, averroismo, copernicanesimo, lullismo, scotismo, neoplatonismo, ermetismo, mnemotecnica, influssi ebraici e cabalistici, astrologia – e lo dicevamo che bisognava stare attenti –, ma alla fine il problema maggiore era il fatto che sostenesse una cosa sacrosanta, cioè che la Terra ruota attorno al Solo, ma vai a farglielo capire a Clemente VIII. E dire che Giordano se l’era cavata dall’accusa di eresia quando aveva sostenuto che anche il Diavolo potesse essere salvato, che, in teoria, è una roba più difficile da digerire. Non che gliel’abbiamo mai fatta passare, eh, e, a pensarci adesso e ripensando alla faccenda che vogliamo raccontare e alla quale finalmente stiamo per arrivare, siamo di fronte appunto a uno dei più comici e dunque tragici paradossi della storia.
Così, l’8 febbraio del 1600, Giordano Bruno venne condannato e pronunciò, stando ad alcuni, una frase passata alla storia, cioè “Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam”, che si traduce “Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla” e il 17 febbraio – una settimana prima del compleanno di Clamente VIII, che si vede che quando sentiva aria di compleanno doveva prendersela con qualcuno– venne portato in piazza Campo de’ Fiori a Roma, denudato, legato a un palo e arso vivo.
Fatto sta che a Giordano Bruno non gli fecero passare liscia la faccenda che si potesse salvare il Demonio prima e l’idea che la Terra girasse attorno alla Terra dopo, tanto che è finito arrostito e hanno buttato le sue ceneri nel Tevere.
Ma c’era un altro grosso problema, all’epoca, e arriviamo al fatto, cioè alla tazzina di caffè che rappresenta uno dei paradossi più comici e dunque tragici della storia moderna.
Il grosso problema era l’arrivo e la diffusione di una bevanda definita vino d’Arabia oppure bevanda del diavolo, e che nel ‘700 ebbe una enorme diffusione specialmente a Venezia – dove si diffondevano facilmente anche le pestilenze provenienti da Oriente, ma questa è un’altra storia – e che adesso conosciamo col nome di caffè e che in Italia è diventato una specie di religione, tanto che ci siamo inventati la caffettiera napoletana, nel 1902 la macchina per l’espresso grazie all’ingegner Bezzera e nel 1933 la Moka grazie all’ingegner Bialetti.
Già nel ‘500 e nel ‘600, però, il tabacco e il caffè si stavano diffondendo in Europa, provenienti da Oriente e in particolare dai popoli musulmani, quindi infedeli, secondo la Curia e Clemente VIII che venne sollecitato a prendere decisioni in merito e a fare qualcosa, a scomunicare qualcuno, qualcosa, ardere un barista, anche se i bar ancora non c’erano, o qualcosa del genere.
E, infatti, all’inizio del ‘600 fu il primo Papa a pronunciarsi contro il fumo, molto in anticipo sui tempi, considerando che sono poi passati più di quattrocento anni prima che emanassero divieti simili, e stabilì che fosse scomunicato chiunque venisse sorpreso a fumare in un luogo di culto, ma il caffè no, non disse niente.
Il caffè, secondo i suoi colleghi cardinali, sacerdoti e teologi ecc… ecc…, era un eccitante, uno sdoppiatore dell’io, disinibiva, era molto pericoloso, che poi la gente chissà cosa combinava, dopo aver bevuto il caffè. E magari Clemente VIII era anche d’accordo, solo che, per prendere una decisione in merito, si vede che gli hanno portato una tazzina di caffè da provare, lui ha preso la tazzina, dato un sorso, ha sgranato gli occhi e ha detto “Apperò”, o qualcosa del genere, ecco, che esclamazioni e interiezioni non vengono mai riportate nelle fonti ufficiali.
Comunque, dopo l’apperò rimise sul piattino la tazzina e pronunciò, pare, una frase passata alla storia, che se l’avesse sentita Giordano Bruno gli sarebbero sicuramente girate le balle a manetta, che va bene essere arsi vivi, ma anche venir presi per il culo no.
Così, dopo aver messo giù la tazzina, Clemente VIII disse “Questa bevanda del diavolo è così buona che dovremmo cercare di ingannarlo e battezzarlo”, sdoganando così il caffè, che divenne la bevanda popolare che conosciamo tutti, alla faccia di Giordano Bruno che voleva salvare il Diavolo.
Il Diavolo no, ma la bevanda del Diavolo sì, visto che a Clemente era piaciuta. Una cosa che fa ridere e piangere insieme, a pensarci bene.
LA BORSETTA ROSSA
di Giulia Gadaleta
(Il racconto è nato da un laboratorio di scrittura con Emidio Clementi ed è stato pubblicato nell’antologia Raccontare attraverso le immagini -a cura di E.Clementi- Edito dalla libreria ModoInfoshop)
Forse ha ragione Lola, che la causa di tutti quei guasti sei stata tu: lo scaffale della credenza crollato e l’aletta della persiana venuta giù per il vento, mancando per un pelo un pedone. Sei tu che sei furiosa e non ci vuoi qui. Forse ha ragione, ce l’hai con noi per aver affittato la casa a degli estranei. Io, quando l’ha detto, non ci ho creduto. La nonna Giulia diceva sempre che i bambini sono come l’acqua del mare, non era zia Ita che lo diceva? E dicendolo, rideva di soddisfazione per il caos in cui piombava la casa quando venivamo da piccoli. E dunque? Non siamo forse tornati per l’estate con i bambini? Non abbiamo ripetuto quel rito estivo di invasione e sovvertimento del vostro ordine meticoloso?
Hai presente quella volta che sono venuta con Antonio e lui trovò nella cesta grande del salone le lane di zia Tonia, quelle con cui passava il tempo a fare e disfare sempre lo stesso maglione? Fece rotolare i gomitoli dalla sala alla cucina, riempiendo il pavimento di fili di diverse gradazioni di azzurro. «Ma tu guarda, questo birichino» dicesti, con un guizzo divertito nella voce. Il gioco prese un’accelerazione e lui vorticò sul tavolo della cucina, ingarbugliando tutte voi in quella trama di fili e ridevi come se fosse la cosa più divertente del mondo. Lo so perché feci una foto. Antonio era una girandola sul tavolo e voi spettatrici ridenti, sulle solite sedie, tenute lì dalla sua forza centripeta.
O forse sei arrabbiata per via del fatto che, dopo che si torna in una casa dove c’è stato un morto, ci vuole raccoglimento? Entrare circospetti. Respirare l’aria. Aspettare che svanisca il ricordo.
Quando ti riportammo a casa la prima cosa che notasti subito furono gli oggetti spostati. La poltrona a fianco al letto matrimoniale, per fare spazio alla badante, e il vuoto delle suppellettili sul comò in faccia al letto matrimoniale, le foto dei nonni e quelle di zia Ita in quell’abito verde che si fece per il matrimonio di Valeria, e i ritratti di zia Tonia e quello di zio Domenico che Julia mandò dal Venezuela, quando morì. Poi, il servizio da tè, decorato con madreperla a scene pastorali, il bricco dal coperchio rotto e le tazze di ceramica in cui stavano le chiavi del comò. Tutti oggetti che Luca aveva spostato per fare posto alle medicazioni, ai medicinali, alle sacche.
«Quelli non stavano lì», dicesti.
«Se la riportate a casa, per voi sarà un inferno» ci pronosticò il primario, il dottor Cacciapuoti. Secondo lui non sapevamo quel che ci attendeva. E in effetti non potevamo prevedere che la badante ci mollasse due giorni prima della dimissione, che l’assistenza domiciliare non prevedesse né la consegna della bombola d’ossigeno, né quella dei pannoloni, delle traverse e dell’alimentazione parenterale. E tu, all’oscuro di tutto questo, con Luca che correva di qua e di là, e io in cerca di una nuova badante, tu eri delusa dal disordine. Avremmo potuto lasciarti portare all’Hospice dove era morta tua sorella e dove tu non volevi andare, facendoci sordi e ciechi alle tue domande, come era accaduto con zia Tonia. «Ma questo, che ospedale è? Non mi fanno niente qui...».
Partii prima della dimissione, lo sai, avevo le mie terapie e ritornai appena in tempo. Mi avevano detto che resistevi, che avevi chiesto il fisioterapista, da mangiare. Ti trovai invece soporosa. Per parlarti gli altri urlavano. «Maddalena, hai visto chi sta? C’è Giulia!» come se tu potessi riemergere, per un semplice atto di volontà, dal pozzo in cui eri caduta. Gli occhi chiusi, rispondesti con un suono gutturale che avevi capito, ma niente più.
Con zia Tonia, superata la fase della disperazione ebbi il coraggio di dire cose rassicuranti.
«Zia, non ti preoccupare, di zia Lena ci occupiamo noi, tu vai.»
«A dov’è?», mi chiese lei.
«Verso la luce.»
E lei, docile, andò.
Mi vergogno ancora adesso per quelle parole in cui credevo solo a metà, sguarnita com’ero di riti e certezze.
O forse sei arrabbiata perché non sono stata con te tutto il tempo dell’agonia, ma solo qualche ora, a guardare le tue apnee che parevano non finire mai, a respirare il tuo odore che non era più di acqua di rose e di saponetta Dove. Ho sperato che finisse in fretta. Ho sperato di dimenticare il tuo viso deformato dalla mancanza d’aria o dalla mancanza di rassegnazione. È sorprendente come in punto di morte manchi proprio quello a cui siamo stati educati tutta la vita. La rassegnazione, nel tuo caso.
La morte è un processo, ho pensato allora. Non è l’opposto della vita ma si fa strada nella vita e nei sogni e nei desideri e nei corpi delle persone. Gratta via la resistenza, rosicchia la determinazione, si disfa delle abilità che un tempo ci caratterizzavano.
Prendi mammamía: è fort, dicevate di lei come di Luca. Per Luca significava che da bambino era vivace. Per lei che era un generale, disponeva e organizzava. Ricordi come vi ha assistito a distanza, con tre telefonate ogni giorno, per darvi il dosaggio dell’insulina in base alla misurazione della glicemia di zia Tonia? Se la vedessi adesso, ti stupiresti. A volte mi scambia per la sorella. Il tempo per lei è diventato un tutt’uno, gestirlo con un prima e un dopo è impossibile.
Ce peccat, diresti.
Sono tornata sola oggi, faccio quello che avrei dovuto fare l’estate scorsa.
Dietro la porta blindata la casa è grigia, ombrosa.
La signora Carmela ha rimesso tutto al suo posto, come volevi tu, come se tutto fosse rimasto sigillato, intonso, dopo di te. In cucina, sopra la macchina da cucire, una pila di tessuto imbastito, il pigiama da silfide che ti stavi cucendo: pantaloni a pinocchietto e casacca senza maniche in una mussola leggera, rosa, a fiorellini bordò. Nell’anta della cucina ci sono di nuovo i ceci nei vasi, vicino alle pennette, rigorosamente lisce, e agli spaghetti. Sopra, le medicine e il bicarbonato. In bagno la pila degli asciugamani lisi che non ti decidevi a buttare, le tue mutande piegate nel cassetto, nel ripiano basso le scatole delle scarpe. Dentro all’armadio nero, quello con sopra la geisha di ceramica bianca, il cappotto rosso, sfoderato, due giacche, le scatole delle borsette. Nell’anta di sinistra, il ripiano è colmo di tessuti di lino e seta, rosso, giallo, turchese a fiori bianchi. Mi sono fatta il vestito, dicevate e significava che era venuto quel rappresentante di Roma o eravate state da Nasti a Bari e avevate semplicemente acquistato la metratura necessaria. Un giorno, prima o poi, l’avreste tagliata e cucita.
Nella camera matrimoniale il deodorante per ambienti spande un odore dolciastro, estraneo. Apro le persiane e i vetri, perché entri la brezza del mare e sposto il deodorante sul balcone. Nell’armadio grande, appeso insieme agli ombrelli, il bastone da passeggio del nonno, in legno scuro.
Quando assistevo zia Tonia all’hospice nella stanza color albicocca ogni scusa era buona per allontanarmi: comprare un paio di forbicine per tagliarle le unghie o andare a prendere qualcosa per il pranzo, mio e della signora Carmela. Nel tragitto mi perdevo, stregata dai profumi dei panifici e dal cielo azzurro. Compravo focacce e sformati. Anche tu, quando tornavo, mi accoglievi ogni volta con una casa sempre più luminosa, facevi pulizie che la rinnovavano.
Quella smania di ordine durò a lungo. Ogni volta che tornavo, nei mesi e anni successivi, qualcosa mancava. Una volta erano i vestiti di zia Tonia, un’altra le cartelle cliniche. Un’altra fu la foto insieme alle compagne dalla maestra di cucito: zia Tonia quindicenne sorrideva in prima fila con quello sguardo tipico dei miopi quando non indossano gli occhiali. Li aveva tolti per la foto, sicuramente. Quella figlia gravemente miope era stata oggetto della preoccupazione di nonna Giulia, che l’aveva portata nientemeno alla visita da un dottore di Bari. Come Eugenia, la ragazzina dei bassi di Napoli del racconto della Ortese, grazie a quelli occhiali zia Tonia aveva finalmente visto il mondo circostante, che aveva smesso di essere avvolto da un velo opaco. Ma a differenza di Eugenia non era stata colpita dalla bellezza del mondo borghese e dalla bruttezza del suo, di mondo. Zia Tonia con gli occhiali era stata vista: brutta, menomata da due lenti spesse, infetta, come se la miopia fosse una tara che si trasmette ai discendenti. A causa di quegli occhiali la madre di un lui qualunque si oppose al fidanzamento con la cecàt. Iniziarono anni di sotterfugi e fuitine che trasformarono quel lui qualunque in Lui, lo stronzo. Che seguendo la volontà materna si sposò un’altra e si tenne zia Tonia come amante, confidente, amica. Di lui mi chiese in punto di morte, ricordi? Voleva la foto, «sta nel portafogli rosso, nel cassetto in alto».
Quando te lo riferii, commentasti «Quello stronzo, lo sai che cosa ha fatto, sì?», invocavi buon senso, insensatamente.
«Lui è morto da vent’anni», ti dissi per giustificarmi, perché la foto l’avevo già presa senza il tuo permesso. Era il santino del funerale, a cui papamío l’aveva accompagnata, mosso a pietà. Era stato un gesto di rottura: l’amante clandestina al funerale dell’amato.
Al tempo, il nonno Pantaleo era già morto. Perché non ne venisse a conoscenza in vita avevate fatto di tutto. Incluso spedire zia Tonia in Venezuela per sei mesi, con la scusa di andare a trovare il fratello che le era più affezionato, zio Domenico. Incluso, poco dopo quella foto della sarta, chiuderla in casa come nella torre di Raperonzolo.
«Non era come adesso, che si fa quello che si vuole. La gente parlava.» La colpa, insomma, se nemmeno tu eri convolata a giuste nozze, era di quella sorella svergognata che non si era fatta scrupolo di frequentare un uomo sposato.
Sospetto che già nei suoi giorni di agonia tu avessi iniziato a buttare via le cose. Mi opposi a quello scempio nell’unico modo che potevo, portando via ciò che per me era prezioso, le foto del nonno, i libretti di lavoro, i passaporti. Ti facevo domande a cui tu rispondevi evasiva, «ma chissà, chi si ricorda». Solo una volta, di fronte a una foto della fiera della Madonna dei Martiri, nel 1956 in cui un ragazzo, magro, dinoccolato, ti poggiava la mano sulla spalla confidente, mi dicesti «pure lui è partito, e poi…».
Un’altra storia d’amore andata a male, a causa di quella che era stata una vera epidemia per diverse generazioni di giovani molfettesi. «Eravamo pazzi per emigrare» si era giustificato zio Domenico nel raccontarmi che pure lui aveva lasciato dietro di sé l’amore per Maméa, di cui conservava ancora la foto nel portafogli dopo sessant’anni, una moglie, un’amante e cinque figli venezuelani.
D’altra parte non eri tu quella che aveva il compito di trasmettere la memoria familiare. Zia Ita era stata sorella, madre, capofamiglia. Lei aveva deciso cosa meritava di essere ricordato e cosa no. Per questo dalle foto si tagliava via. Preferiva essere dimenticata. Si faceva i capelli e usciva per una settimana, poi osservava una rigorosa clausura dettata dal decoro o da un perfezionismo maniacale che le aveva permesso di diventare la sarta della borghesia cittadina. Era lei che aveva le mani fatate. Era lei che tagliava senza cartamodello. Era lei che aveva scelto il proprio ruolo di capofamiglia scalzando il nonno, riempiendo il vuoto lasciato dall’ultima emigrazione. Era lei che aveva progettato il riscatto sociale della famiglia, che aveva deciso, a tavolino con le clienti altolocate, che papamío avrebbe studiato, si sarebbe laureato. Questo progetto comportava il sacrificio di zio Domenico, che emigrò in Venezuela e non tornò più, e il vostro. Lei amministrava tutto, e riceveva, in casa. A te e a zia Tonia spettava mantenere i contatti con il mondo esterno, fare la spesa, visitare le cugine. Lei era l’astro intorno a cui tutto girava.
Scomparsa lei è finito anche l’estro culinario. Vorrei tanto trovare la sua agenda, quella dove appuntava le ricette che riceveva in dono dalle clienti. La ricordo riposto nell’angoliera dove tenevate le zuppiere grandi. Frugo, ci sono diverse bobine di alluminio e rotoli di pellicola per alimenti con marchi americani, regali della Gina dell’America. C’è una caffettiera elettrica senza filo, piatti, bicchieri, contenitori. In una scatola di latta blu di biscotti danesi trovo i cestini per i dolci di mandorla che ci mandavate per Pasqua e per Natale e il profumo, inalterato, di cannella e chiodi di garofano. Un tesoro odoroso.
Esploro i biglietti che contiene, appunti sui tempi di cottura e un bigliettino strappato con su scritto che ci facio qui.
Mi viene in mente quella foto di te bambina con papamío. Lui deve avere due anni, tu quattro di più. Hai la scriminatura di lato, una molletta a scoprire la fronte ampia, l’abitino, poco più di un grembiule, chiaro. Guardi nell’obiettivo con sguardo interrogativo. Perché mi avete chiamata? Che ci faccio qui?
Ho sempre creduto di essere speciale per te. «Quanto ti sposi metti il vestito bianco?» «Certo, essì», mi rispondevi con quella voce che gorgogliava allegra come se io e te, io otto anni e tu quarantacinque, stessimo giocando a Facciamo che. «Quanto sono grande me lo regali?» ti chiedevo indicando bracciali e sottovesti di seta.
In te trovavo una femminilità elegante differente da quella di mammamía. Le femmine del sud erano diverse. Da voi venivo misurata e palpeggiata «Ci è bed, la menén!» ogni volta che, per prendere le misure o controllare l’orlo, dovevo girare come la ballerina del carillon. Invece, nel pragmatismo lombardo di mammamía ero eterea, un tesór o una stela bela. Ero a metà tra voi e lei, tra lei e te, che mi sei stata mamma per tanti anni, ospite della casa di tuo fratello, papamío, finché non sei stata richiamata da zia Ita a imbastire abiti.
In virtù di quella relazione speciale tra noi, mentre eri ancora in ospedale, mi assegnasti il compito di mettere in ordine le cose. «Nell’ultimo cassetto del camò di sinistra trovi tutto», mi dicesti. Libretto Postale, assicurazione, testamento. Una parte di te sapeva, mentre l’altra, recalcitrante, mi chiedeva «Cosa devo stare a fare qui? Ad aspettare di morire?». Quel candore imbarazzante è un’altra cosa che hai riservato a me?
Forse sei ancora arrabbiata per la mia inettitudine, per non averti saputo rassicurare. O per lo scempio che ha fatto poi l’impresa funebre. Ho visto che ti hanno sballottata come una grande bambola inanimata. Ho visto i gesti frettolosi e indelicati per infilarti le calze e quel benedetto vestito azzurro, di lino, senza maniche, con la giacchina sopra, l’abito per il matrimonio di Alessia a cui alla fine non andasti, per il quale ti comprasti anche quelle ballerine blu con due centimetri di tacco. Nemmeno quelle le hai mai messe, c’è ancora lo scontrino nella scatola. Perché non sono intervenuta? Perché non ho detto, piano, fate piano, così le fate male? Perché quando ho visto il tuo pube nero, scoperto, ho distolto lo sguardo e, letteralmente, sono fuggita?
Ogni tanto ti vedo nei miei pensieri. Ti raccomandi «E la casa? Vedi che la salsedine fa arrugginire i balconi? Vedi che ci sta la muffa in camera da letto, dietro l’armadio? Vedi che i bidoni dell’immondizia vanno legati alle ringhiere perché il vento dal mare li fa sbattere? Vedi che la persiana del bagno va tenuta chiusa, altrimenti…». E le mollette? Ce ne sono due cestini. Uno in casa, lo stesso che veniva calato per cinque piani con i soldi e risaliva carico di frutta. L’altro nell’armadio di alluminio sul balcone. Come devo usare le une e le altre? Le une per il bucato bianco e le altre per il colorato? Per quelle non mi hai lasciato istruzioni.
A forza di andare e venire la casa me la sono fatta un po’ mia. Ho buttato il divano e le due poltrone. Ho fatto portar via la vetrinetta liberty del ripiano crollato, spedito a Lola due scatole di corredi che un tempo erano nelle cassapanche, spostato il frigorifero e comprato quattro materassi nuovi, per dimenticare quello in cui sei morta. Alla fine faccio le stesse cose che hai fatto tu. Quando è morta zia Ita avete eliminato il materasso e la rete della badante. Quando è morta zia Tonia ti sei liberata della comoda e dell’apparecchio per la misurazione della glicemia. Vi ho sempre fatto domande, costrette a ricordare, ma alla fine forse avevate ragione voi. Bisogna dimenticare. Dimenticare il peggio e il brutto e salvare il resto.
Mi sono portata via una borsetta rossa.
Quando torno a casa, diversi giorni dopo, nella tasca interna trovo una agendina del 1976, con dentro tre foto, io con il nonno Pantaleo alla Villa, che cerca di reggermi da dietro, io che corro sul balcone di via Capitano de Gennaro in mutande e canottiera, io nella cucina di San Miniato, quella con le piastrelle azzurre. A occhio devo avere tre, quattro anni. La stessa età di quella tua foto con papamío. Eppoi nelle pagine interne ci sono appuntate, con la stessa grafia un po’ storta di chi non è abituato a scrivere, cinto 51, altezza 45, spalle 24. Le mie misure di bambina.
TRENTASEI SONO LE STELLE
di Stefano Domenichini
Trentasei sono le stelle
Trentasei sono le stelle che vede il Barone di Münchhausen.
Dà una craniata contro un portone chiuso e le conta. Trentasei. Ci mette un entusiasmo a raccontare queste cose, il Barone, che ti fa quasi venir voglia di provare. È lui che ha inventato la misurazione del campo visivo. Trentasei ne appaiono e 36 ne conta. Nervo ottico e glaucoma sono a posto.
Tanto che un attimo dopo il Barone si sferra un cazzotto nell’occhio e, con le scintille che escono, accende la polvere da sparo del fucile. Che lui è sì, un cacciatore infallibile, ma con deficit organizzativi: si scorda sempre le munizioni, oppure ha le munizioni, ma si è perso per strada l’innesco, la pietra focaia.
Quando arriva al punto in cui per catturare un cervo maestoso carica il fucile con i noccioli delle ciliegie, il sole comincia a battere forte sulla finestra accanto alla poltrona. Il libro l’ho iniziato dalla fine: il secondo viaggio sulla luna e poi la guerra alla carne cruda a colpi di frittelle arrivate dall’Inghilterra. Con le stelle e le ciliegie siamo alla fine.
Le attività intellettuali, studiare, leggere, lavorare mi hanno sempre procurato una forte eccitazione sessuale. A prescindere dall’argomento. Deve essere un fatto di concentrazione. Il caldo di agosto fa il resto. Uno può anche chiedersi quale sia la mappa delle sinapsi che fa venire un impellente bisogno di avere un corpo a propria disposizione, ma una cosa è certa: è una gran comodità. Ti sfracelli la serotonina su un manuale di diritto comparato, oppure cerchi di capire come si sta Dalla parte di Swann e, dopo neanche tanto tempo, il risultato è ottenuto: sei pronto per la più bella delle discordie, quella delle lingue e delle mani che lottano senza controllo. Almeno due lingue e quattro mani, però: qui sta la complicazione. Si può fare anche da soli, lo so; a volte è meglio, lo so; ma questo si può fare anche dopo, quando si ripensa alla lotta, adesso si tratta di trovare pelle, sangue e capelli, solchi da lisciare, lontananze.
Al Barone, di sicuro, sarebbe venuta in mente qualche idea iperbolica, ma, a volte, basta guardare fuori dalla finestra. Preceduta dall’abbaiare del cagnolino, la proprietaria stava aprendo il negozio sotto casa mia. Una trottolina da balera estiva che un giorno, probabilmente mentre controllava allo specchio la tonicità dei suoi glutei, ha pensato: ma se aprissi un centro olistico specializzato nella lettura delle conchiglie nel cuore della città? Detto fatto. Un’idea meravigliosa, di quelle idee che subito pensi: «ma come le sarà venuto in mente di aprire un centro olistico specializzato nella lettura delle conchiglie proprio qui», un’idea che fa il paio con la cravatta che diventa ombrello o con il porta-banana o con il sempre adorabile pettine di Bettega. Io ne sono rimasto subito affascinato, dall’idea, dico, non dal trottolino, benché dalla sua avesse l’innata capacità di aizzare l’ignoranza patriarcale vestendosi sempre come una pronta a entrare da protagonista in un priveé.
Mi precipitai giù. In quei momenti mantenere alto il fervore è fondamentale. Se fai tanto che passi, ed è un attimo, ritorni la persona razionale che mai andrebbe a scambiare neppure una lite con la condomina. Spalancai la porta del negozio. Il cagnolino si zittì. Valutai la cosa come un segno positivo.
«Ciao, cosa desidera?». L’urto stilistico del lei che uccide la confidenzialità del Ciao puntò dritto sulla mia eccitazione con chiari intenti sedativi. Lo schivai con un’accelerazione: «stavo leggendo un libro, uno che va sulla luna, ha sempre dei cani bravissimi, e mi chiedevo, senza voler sembrare maleducato, mi chiedevo, se per caso voleva baciarmi».
Mi beccai una risatina. Al netto del cagnolino che digrignava i denti, la propulsione era partita.
«Sapevo che primo poi me l’avresti chiesto».
E qui, si deve ipotizzare che io non riesca a controllare i miei sguardi quando lancio saluti al vicinato.
La signora è piuttosto bassa, ma benfatta. Deve piacere il genere miniatura formosa con lineamenti plebei. Scura come una periferia misteriosa. Vestito nero, aderente, quel sintetico a effetto domopak, qualche grinza qua e là a delimitare il confine dell’offerta sotto i 50 €. Scarpe nere, decolletè, tacco alto, molto alto. Se scende da lì, la devi salvare dalle sabbie mobili, ma nel complesso ci siamo.
Faccio un passo avanti: i fatti sono fatti. Lei indietreggia e mette le braccia avanti. «Sapevo che me l’avresti chiesto, ma non ti ho mica detto che avrei accettato» dice con un sorriso sagace. Probabile che io non avrei dovuto bloccare il mio slancio, avrei dovuto allungare le braccia e spingerla contro il più vicino muro o scrivania o bancone, mentre la mia lingua cancellava l’avvedutezza dalla sua bocca che, sia detto con la più ferma e debita approvazione, era del tutto priva di rossetto. Probabile che la signora non avrebbe detto bau; l’unico uomo con cui l’avevo vista tempo addietro era un modellino casapound-forzanovista-heil Hitler, testa mussoliniana e perenne tuta mimetica con anfibio e bomber ricamato da cimeli nostalgici. Perennemente ubriaco, appena scendeva dall’auto (modello Jeep militare) cominciava insultare i parcheggiatori abusivi, negri fottuti pezzi di merda, che gli segnalavano la possibilità di inserire il tank entro spazi consentiti, anziché lasciarlo in mezzo alla strada. Uno che lui sapeva cosa bisognava fare ai negri e cosa per raddrizzare l’Italia. Uno così, come tanti. Quelli che, quando muoiono, è tutto un dio come era stronzo e ignorante, sempre ubriaco, ma c’è sempre qualcuno che salta su e dice: sì però in fondo era buono. Ammesso che l’accumulo dei metaboliti dell’alcol nella zona pelvica gli consentisse di avere delle erezioni quantomeno patriottiche, lui sì che le donne le avrebbe sbattute contro il muro.
Ma siccome ognuno è stronzo a modo suo, e approfittando del fatto che l’indietreggiamento della signora aveva provocato l’abbaiare del mostriciattolo con il nastrino rosa, dico: «ma scusa, solo per curiosità, quando smazzi le conchiglie e le altre cose olistiche, immagino che la concentrazione sia tutto e allora chiedo: il cagnolino che sbraita in continuazione, come si inserisce nel contesto».
«Intanto è una bambina, e ha una sensibilità pazzesca. Vuoi provare?».
«É sì, te l’ho detto che mi piacerebbe provare».
«Ti leggo le conchiglie».
«e il bacio?».
La parola bacio funziona da mantra che introduce in automatico il sorriso sagace.
«Come sei insistente! Vieni che preparo il tavolo».
«No, scusa. Ero venuto per baciarti e mi tocca pure pagare per le conchiglie?».
La signora si è girata e cammina verso un tavolino sull’altro lato del negozio. Culo massiccio, fianco stretto. La seguo. Se prima ero eccitato, adesso sono in modalità naufrago che incontra naufraga dopo anni dal naufragio.
Mi siedo di fronte a lei e con le mani sotto il tavolo le tocco le gambe, ad altezza delle ginocchia.
«Mani sul tavolo» fa lei, «devi essere concentrato, se no non viene niente».
«E il cane, allora!». Insisto io. «Senti» le dico «ho visto che fai anche la divinazione con l’olio, facciamo quella, le conchiglie mi mettono tristezza».
«É impossibile, sei troppo alterato» Mentre dice questo, le mie mani sono tornate sotto il tavolino, ma questa volta sentono le sue gambe aprirsi e il vestito salire. Mentre la signora finge ancora interesse per il cestino delle conchiglie, io privo il tavolino della sua natura di barriera e a occhi chiusi trovo le sue labbra come unico contatto. Le mani mi servono d’appoggio, il corpo è arcuato come una lampada Flos.
L’effetto è piacevole, la posizione scomoda oltre i primi 15 secondi. Mi alzo e giro attorno al tavolino. Le conchiglie sono cadute, chi se ne frega. Faccio alzare la signora e la bacio come si deve. Un lieve odore di deodorante scadente, misto a sudore, ma niente di grave. La mia lingua vibra. La sua fluttua come increspature del mare. Le particelle esistono solo quando si toccano, allora il vuoto non esiste più. Mentre ci lecchiamo e succhiamo, le nostre bocche hanno creato un universo. Einstein applaudirebbe.
Le lecco le labbra, le gengive, la bacio sul collo. Le mani dai capelli scendono. Il culo è denso, resistente. Nessuna traccia di elastici sulle natiche.
«Lo sapevo che eri bravo».
Le sollevo il vestito per liberare quelle chiappe massicce.
«Aspetta» dice lei «vieni di là».
La lascio sfilare, ma le rimango incollato. Le mani sul culo, le labbra a cercarle il collo, un bel viaggiare. Di là, c’è un divanetto simil coloniale che non metterei neanche sul retro di una canadese. Ma adesso è quanto di meglio potessi desiderare. Mi siedo e la lascio in piedi di fronte a me: è la pallina colorata che scende dal distributore, è la negazione ostinata di qualunque difetto, è tutto quanto io desideri, adesso. Le sollevo il vestito e me la metto a cavalcioni. Ricomincio a slinguare. Le mani sul culo. Le mutande ci sono, un filo teso tra le chiappe marmoree. Le lingue leccano i denti e si spingono in fondo, si succhiano, le labbra si schiacciano così forte che un ricercatore maxillo-facciale dovrebbe prendere appunti. Eppure, non basta. Il bacio mi fa disperare, non si riesce mai a soddisfarsi, a mangiare fino in fondo, a consumarsi, spingi, lecchi, sbatti, accarezzi ma non basta mai.
Sollevo ancora il vestito. Riuscirò a sfilarlo senza interrompere la lingua? Ci deve essere un modo, la fame, la testa stordita. L’acrilico incappa nei seni, mentre la signora mi lecca le guance. Capisco gli animali, adoro gli animali. Come stappare una lattina, le tette schizzano fuori dall’elastico nero, nessun reggiseno. Non faccio in tempo a sottrarre la lingua al morbido risucchio per abbassare gli occhi e quantificare le bombe esplose fuori dal vestito che dalla porta del negozio arriva un «c’è qualcuno?» miagolato da un accento cinese. La signora si alza di scatto, dà quasi una storta mentre cerca di abbassare il vestito meglio che può.
«Arrivo» dice, e io non sono riuscito a vedere un bel niente.
La signora sparisce dietro il separé di bambù e comincia la conversazione professionale. Lo fa con la mia saliva in bocca e le mie mani stampate sul culo. Le due stanno parlando a non più di tre metri da dove sono seduto. Tra noi c’è un divisorio di bambù che neanche il più imprudente dei porcellini avrebbe mai considerato. Sento il cazzo che sbatte contorto contro i pantaloni. Mi slaccio e lo libero. Sembra il remo di un caicco. Ci vorrebbe un neuropsichiatra per capire come il momento di subbuglio emo-ormonale possa sparare al cervello delle immagini così insensate: io manco lo so cos’è un caicco, giusto un po’, per sentito dire, diciamo che in condizioni normali la parola caicco non rientra tra le prime duemila che mi vengono in mente.
«Allora io torno» dice una voce sempre più cinese. Poi un armeggiare di chiavi e di veneziane, qualche secondo di silenzio, e da dietro il separé ricompare la signora. È sulla linea d’aria del remo del caicco che non oso sfiorare per paura che esploda. Questa volta è completamente nuda, anche se l’avverbio è fuori luogo visto che fanno eccezione le tacco dodici nere e le mutandine a filo, stretto tra le chiappe. Così, in piedi, denota un po’ di pancia che ricade leggermente sui fianchi. Non va per nuocere. Il remo riceve un impulso di ribrezzo che lo riporta a un livello di erezione controllabile.
«Temevo fossi pronto per andartene, ma per fortuna mi sono sbagliata» dice la signora guardando il remo bello dritto, fuori dalla cerniera e dall’elastico delle mutande. Fa un giro lento su sé stessa, e la lieve rilassatezza addominale lascia il campo a un culo grosso e sodo, culo a tavolino, culo che sporge come un pianeta dalla noia dell’universo, che fa esplodere riflessioni che sono progetti di vita, tipo: quel culo me lo voglio scopare, senza pietà.
La foga sarebbe quella di riprendere a slinguazzarla e a spalpazzarla per bene, ma sono cose che si possono fare ugualmente; dunque, quello che faccio appena si avvicina è di spostarle le mutandine, insalivare la figa e piantarla ben ferma sul mio cazzo. Buco infilato, primo obiettivo raggiunto, non si temono più interruzioni.
«Ah, vai di fretta. Chi ti ha dato il permesso» dice la signora sorridendo.
La stronza non mi dà tempo di ambientarmi e detta subito un ritmo da tempi supplementari: si fa tutto il remo su e giù e quando è su stringe e lavora di fianchi la punta, quella che in altri momenti dovrebbe servire a disincagliare il caicco. Siccome un’esplosione adesso comprometterebbe i rapporti di vicinato, la prendo per i fianchi e la immobilizzo a piano terra, do una sbirciata alle grinze della pancia e con la mano destra la sculaccio, ma forte. Così impara. Lei piega la testa in avanti e spara un gemito come se non stesse aspettando altro. Gliene mollo un’altra. Poi cambio mano e chiappa. La stronza è in modalità arrendevole. La sollevo leggermente e bagno le dita nelle labbra della figa, poi le passo sul buco del culo. Lei mi lecca una guancia e poi la bocca. Piazzo il medio tra le la mia bocca e la sua. La saliva non manca. La signora è un passo avanti e fa colare il dito come un gelato. Quando è pronto, glielo infilo nel culo. Dritto fino in fondo. Sento la punta del mio cazzo. Lei rialza la testa, la butta indietro. Usando il dito la sollevo e poi le spingo il cazzo con forza finché si può. Le scopo il culo con il dito come se dovessi romperlo. Poi la risollevo e la chiavo con il cazzo. Adesso comando io. La signora dice sì, scopami, ansima, con gli occhi chiusi, sì, scopami, dai.
Le prendo in bocca un capezzolo e lo stringo con le labbra, lo giro, lo tiro. Adesso urla, scopami, dai, più forte, quando il cazzo affonda sento bruciare, come se si fosse acceso il mare. Cambio capezzolo, lo lavoro con la lingua e le labbra. Lei mi pianta una mano tra le scapole e con l’altra mi tira i capelli. Poi fa un movimento innaturale con le gambe come se si fosse rotto qualcosa, si irrigidisce e mi butta la testa sulle spalle.
Resta ferma, come stordita, quando le sfilo il dito dal culo, solleva la testa e mi bacia. La sua lingua è più lenta e morbida.
«Cazzo, ho una cliente tra poco» dice staccando la bocca.
Non mi lascerà mica in queste condizioni, penso. «Pensi di lasciarmi così?», dico. Lei mi dà un bacio e si solleva dal remo. Si mette a quattro zampe davanti a me e solo in quel momento mi rendo conto del cazzo di cagnolino che sta abbaiando a un metro da noi. Mi fa talmente schifo quel cane di merda che questo mi permette di resistere qualche secondo prima di sborrarle in bocca qualche litro di cremina che chissà che sapore ha.
"Le mutandine mi sono cadute pudicamente ai piedi, la salda presa di Mève mi ha spinto verso il divano e lì, a occhi chiusi, ho cominciato a provare gli effetti della più pura spiritualità. Nella ombrosa vallata del ribollente ruscello la micia è venuta a dissetarsi, la sua lingua ruvida si accaniva su una minuscola roccia come se volesse farne scaturire una sorgente. Avevo un bel ripetermi: "Tieni duro. tieni duro" ho finito col lasciarmi trasportare perché, mi chiedevo:"Duro cosa, duro cosa?" e presto si è compiuto il miracolo e mi sono sciolta in una miriade di stelle, bagnando il cielo".
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