MOLLETTE #30 - Fogli sparsi
Storie stese ad asciugare
DUE ILLUSTRAZIONI DELLA TRAM
Oh, let me see your beauty when the witnesses are gone
You want it darker
We kill the flame
TRENTA COME CI PARE
di Jacopo Masini
foto scattata da Jacopo Masini al Martha di Brescia
I numeri e le ricorrenze hanno quasi sempre un significato: quello che gli attribuiamo noi.
Quando ho pensato al fatto che questo sarebbe stato il trentesimo numero di Mollette, ho iniziato a riflettere su tutte le cose che il numero 30 evocava: il voto universitario, ad esempio. O i trent’anni. E allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa, in maniera del tutto didascalica, sui trent’anni, sui miei, su quello che è accaduto in quel decennio col 3 davanti e cosa ho pensato e dov’ero quando ho compiuto trent’anni e mi sono accorto che non mi ricordo dove fossi per il mio trentesimo compleanno.
Mi ricordo perfettamente quando ne ho compiuti 40, anche quando ne ho compiuti 50, ma proprio non mi ricordo dove fossi quando ne ho compiuti 30.
In quel periodo vivevo a Torino, questo lo so, e quasi certamente ero là, ma cosa ho fatto il giorno del mio trentesimo compleanno? E come l’ho festeggiato a Parma, insieme ai miei, perché ho sicuramente festeggiato anche con loro e con i miei amici di Parma, ma non me lo ricordo.
Allora mi è venuto da pensare che fino a un certo punto della mia vita non ho amato festeggiare il mio compleanno e non ho mai amato particolarmente le feste di compleanno, mentre negli ultimi anni un po’ di più.
E in effetti, quando racconto a qualcuno che per molto tempo non ho amato festeggiare il mio compleanno, racconto anche due episodi che, secondo me, avevano dato origine a quella avversione durata anni, e cioè due episodi accaduti in prima elementare e in seconda media, quando avevo pensato di fare organizzare a mia madre e di organizzare una festa per il mio compleanno a casa mia, entrambe le volte con esiti per nulla piacevoli.
In prima elementare, per esempio, abitavo con mia madre in un grande appartamento in via La Spezia a Parma, al primo piano, con un grande balcone, la moquette per terra e un corridoio che faceva da anticamera alle due stanza da letto. Nella mia stanza c’era anche un piccolo Telefunken arancione nel quale guardavo cose che mi piacevano, in bianco e nero, e un giorno vorrei scrivere un pezzo sull’episodio che mi aveva terrorizzato di una serie che per anni non sono riuscito a rintracciare, poi ho scoperto che si trattava di Zaffiro e Acciaio, ma questa è una parentesi che non c’entra.
Quindi, ero in quel grande appartamento con un grande ingresso e un grande salone, o almeno a me sembravano tali quando avevo sei anni, e in quel salone una volta ho lanciato il vinile di Com’è profondo il mare di Lucio Dalla contro il muro usandolo come un fresbee e l’ho rotto e mia madre si era molto arrabbiata e Com’è profondo il mare adesso è una delle due o tre canzoni che amo di più, ma questo non importa. In quel grande appartamento, dicevo, avevo invitato tutte e tutti i miei compagni di classe delle elementari per festeggiare il mio compleanno, che cade il 22 gennaio, nello stesso giorno di mio nonno materno Luigi, di sua madre e del fratello di sua madre.
Non ho moltissimi ricordi: io che gioco in sala con gli altri, i regali, il tavolo con le cose da mangiare e da bere e poi, all’improvviso, poco prima del momento in cui tutti dovevano tornare a casa, una mia compagna di classe che si chiamava Simona ed era la più alta, precisina ed educata della classe, che inizia a urlare e che si attacca con le mani alle tende della porta finestra che dava sul balcone e che le tira e urla e forse si mette a piangere e mia madre che accorre per calmarla, mentre io e gli altri bambini e bambine la guardiamo impietriti, senza sapere cosa fare. Poi, poco dopo, all’ora decretata per la fine della festa, poco alla volta se ne vanno tutti e lei rimane in attesa dei suoi, con mia madre accanto che la consola e io che le osservo, guardo le tende e penso che non avrei mai più organizzato una festa di compleanno a casa mia.
Jacopo piccolo, foto di sua madre
E per quattro anni di elementari è stato così, tanto che ho festeggiato il mio compleanno insieme al mio migliore amico dell’epoca, che compiva e compie gli anni il mio stesso giorno, ma a casa sua; però poi giunto in seconda media, dopo essermi fatto nuovi amici e amiche nel quartiere dove ci eravamo trasferiti in via Mordacci, decido che magari è venuto il momento di organizzare una nuova festa di compleanno, visto che quegli amici mi sembrano adeguati, interessanti, mi fanno sentire grande (almeno un paio avevano un anno più di me) e poi faccio organizzare a mia madre una nuova festa di compleanno, ma decido soprattutto di fare una cosa che per me aveva un significato decisivo, molto importante, una specie di decreto sulle affinità elettive, anche se allora non ci avevo pensato: scelgo uno per uno i pezzi che mi piacciono dai miei vinili preferiti e li registro su una cassetta con estrema cura, togliendo i rumori, i passaggi tra una traccia e l’altra, con fatica, amore, tenacia. In altri termini, faccio la mia cassettina, cioè la mia playlist dell’epoca, che non aveva via di scampo, così come accadeva con le foto, che non potevi in un attimo cancellare e rifare. La cassettina era una, la mettevi su e andava ascoltata com’era dall’inizio alla fine, sebbene fosse possibile schiacciare i tasti REW o FFW, ma andare avanti e indietro era un piccolo supplizio.
Quindi, tutti i miei amici e le mia amiche della seconda media, una decina in tutto, arrivano a casa nostra, una casa più piccola rispetto a quella delle elementari, e ricordo che avevo avvertito subito qualcosa di sbagliato, una specie di errore nell’aria, come se la decisione di tornare a organizzare una festa di compleanno fosse stata azzardata, ma magari è un falso ricordo, chissà, una sovrapposizione a quel momento dello stato d’animo successivo, quello in cui decido finalmente di mettere su la mia cassettina tanto accuratamente registrata, sicuro di suscitare l’entusiasmo non appena fosse partito il primo pezzo che, me lo ricordo benissimo, era Love for sale dei Talking Heads, seguito quasi certamente da un roba dei Dire Straits, dei Depeche Mode, dei Living Colour, dei Metallica, dei Queensryche e altro che adesso non ricordo, ma ricordo che cosa è accaduto. Nulla.
Le mie invitate e i miei invitati, quegli amici che avevo scelto per la seconda festa di compleanno a casa mia, hanno continuato a fare quello che stavano facendo, tipo chiacchierare, mangiare, bere, andare avanti, senza prestare alcuna attenzione alla mia cassettina, alla musica che avevo con tanta cura selezionato per il mio compleanno, per loro, per quel momento e allora tutto è diventato triste e un po’ inutile. Che senso aveva trovarsi là senza condividere lo stesso entusiasmo per Love for sale dei Talking Heads che per me era una fonte inesauribile di gioia e stupore? Che senso aveva?
Allora poi ho fatto finire alla svelta la festa in casa, siamo usciti, il tramonto è arrivato presto, che a gennaio arriva sempre presto, la malinconia si è portata via anche quel secondo tentativo e non ce ne sono stati più.
Da quel momento in poi, come una specie di riflesso condizionato, mi è capitato di andare spesso alle feste degli altri, che io le feste le amo molto, e persino di festeggiare eventi significativi alle feste degli altri - ad esempio, quando mi sono laureato sono andato alla festa di laurea di un altro -, ma non ho più più organizzato una festa di compleanno prima dei quarant’anni, che poi non ho organizzato io, ma è stata bellissima, e soprattutto non ricordo che cosa ho fatto quando ho compiuto trent’anni e non tornerei a quando avevo trent’anni, forse le due cose sono collegate.
Quindi, se c’è una morale in tutto questo, e non c’è, è che possiamo attribuire un significato alle ricorrenze a patto che ce ne ricordiamo, o ai numeri a patto che ci piacciano o che ci dicano qualcosa.
E che per celebrare i trenta numeri di Mollette ho pensato di aprire a pagina 30 uno dei miei dieci libri preferiti, cioè Franny e Zooey di J.D. Salinger, e di trascrivere qui, con un pezzetto di pagina 31, quello che c’è scritto e di confermare il fatto che non berremo mai da soli quando avremo davvero voglia di festeggiare, neanche quando berremo da soli, anche se sarà il giorno del nostro compleanno.
Ecco qui e viva tutto:
- Si interruppe di nuovo per riflettere, -Ecco, il personaggio di Pegeen nel Playboy, l’estate scorsa: quello era diverso. Cioè, avrebbe potuto essere molto bello se quel macaco che faceva Chris non avesse rovinato tutto. Era così lirico... Dio mio, quant’era lirico!
Lane aveva finito le lumache, e se ne stava seduto con un’aria volutamente inespressiva. -Ha avuto delle critiche formidabili. Sei stata tu a mandarmele, se ti ricordi
Franny sospirò. -E va bene, Lane, d’accordo.
-No, sta’ a sentire! È mezz’ora che parli come se fossi tu l’unica persona al mondo ad avere discernimento e capacità critiche. Scusa, se alcuni fra i migliori critici hanno giudicato che quel tizio aveva recitato in un modo fantastico, può darsi che sia vero, può darsi che tu abbia torto. Non t’è mai passato per la testa? O credi d’essere così matura e consumata da..
- Sí, certo, aveva del talento. Ma per fare Chris come si deve bisogna essere un genio. Sì, proprio; non è colpa mia se è cosí, - disse Franny. Incurvò leggermente la schiena, schiuse appena la bocca, e si mise la mano sopra la testa. -Mi sento così strana! Come ubriaca. Non capisco proprio cosa mi stia succedendo.
-Tu pensi di essere un genio?
Franny tolse la mano dal capo. - Uffa, Lane, per favore! Non trattarmi cosí.
- Io non ti sto...
- Tutto quello che so è che sto diventando matta, - disse Franny, - Sono stufa di tutti questi ego, ego, ego. Del mio e di quello di tutti gli altri. Sono stufa della gente che vuol arrivare da qualche parte, fare qualcosa di notevole eccetera, essere un tipo interessante. È disgustoso, disgustoso e basta. Me ne infischio di quello che dicono.
Lane inarcò le sopracciglia e s’appoggiò allo schienale per precisare meglio il suo punto di vista.- Sei certa che il tuo non sia solo timore della competizione? - le chiese con studiata calma. - Non me ne intendo molto, ma scommetto che un buon psicanalista, uno in gamba davvero, giudicherebbe le tue affermazioni...
- Non ho timore della competizione. È proprio il contrario, non lo capisci? Ho paura di volerla la competizione, è questo che mi terrorizza. Per questo ho piantato il corso di teatro, perché sono terribilmente disposta ad accettare le valutazioni degli altri. E proprio perché mi piace sentirmi applaudire e acclamare, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Me ne vergogno. Ne sono stufa. Sono stufa di non avere il coraggio di essere nessuno, e basta. Sono stufa di me e di tutti quelli che vogliono fare colpo, in un modo o nell’altro -. Si fermò un istante e sollevò di scatto il bicchiere di latte, accostandoselo alle labbra.- Lo sapevo, disse, posandolo di nuovo.- Questa è bella. I miei denti se ne vanno per conto loro. Si mettono a battere. L’altro ieri quasi mordevo un bicchiere. Forse sono matta da legare e non me ne accorgo nemmeno -. Era arrivato il cameriere con le zampe di rana e l’insalata. Franny lo guardò, e lui a sua volta diede un’occhiata al sandwich di pollo ancora intatto. Chiese se la signorina desiderava un’altra cosa invece. Franny lo ringraziò e disse di no.
- È solo che sono molto lenta, - soggiunse. Per un attimo il cameriere, che non era più giovanissimo, parve notare il suo pallore e la sua fronte madida. Poi, con un inchino, si allontanò.
Editoriale Trenta
di Davide Bregola
In principio era provare a fare silenzio, era leggere Ieri di Agota Kristof che diceva di essere analfabeta perché aveva imparato a pensare e scrivere in un’altra lingua, erano le Buste di poesia di Emily Dickinson in cui scriveva versi e frasi su carta di nessun conto, era Thierry Metz, ex sollevatore di pesi e il suo Diario di un manovale, era Imre Oravecz con Settembre 1972 e la storia d’amore più bella che si possa leggere nel 2026, era la scena de La paga del sabato di Beppe Fenoglio, quella in cui Ettore guardò i fianchi sformati di sua madre, i piedi piatti, la povera sottana…e Fenoglio scrive: “Ettore l’amava” e basta questo per capire la grandezza di Fenoglio, erano gli Appunti sulla melodia delle cose di Rilke in cui suggerisce i segreti per sapere quando fare la tua entrata, struggenti nostalgie che dispensano benedizioni sono i libri dove nulla di essenziale va perduto, era aver scoperto la poesia di Yves Bonnefoy e le sue giacche grigie con quella faccia da travet, era Pianura proibita di Cesare Garboli, dove ci mostra strade per leggere solo l’essenziale, è Peter Handke e la sua Ballata dell’ultimo ospite, con la sua prosa poetica e gli spazi tra un paragrafo e l’altro. Cogliere dal fragore del fragore del nostro mondo in tempesta il ritmo giusto, non necessariamente l’accordo, il LA, scegliere dal groviglio di parole quotidiane i contrasti e le affinità. Desiderare l’essenziale, l’essenziale, l’essenziale.
OPERE COMPLETE DI LEARCO PIGNAGNOLI
di Jacopo Masini
Lo estrai dalla libreria, lo apri, magari a caso, e ti trovi di fronte una serie di smilze opere (si chiamano così, Opere, e sono numerate, cioè Opera n. 1, Opera n. 2, ecc…) che sbalestrano la tua cognizione del mondo. E la sbalestrano per via di una strettissima aderenza con le follie quotidiane; per via di una osservazione così disarmata delle cose o di una auscultazione così attenta dei pensieri che ti vien da pensare che in fondo sia tutto vero.
Facciamo un esempio. Apriamo a caso. Ecco, pagina 87, Opera n. 194: “C’era Pascoli che andava sempre a abitare nei posti dove vicino c’era una vigna di Sangiovese”.
Oppure pagina 112, Opera n. 226: “Uno nasce e gli inculcano delle cose i suoi genitori che lo reprimono in questo modo facendolo diventare un loro doppione ed è soprattutto il padre che lo fa. Suo figlio è come un ebete più istruito che dice le stesse cose”.
O a pagina 113 l’Opera n. 230: “C’era una ragazza, era bellissima. Dopo l’ho vista quando soffriva e non era più così bella”.
Ho scelto per comodità le più brevi che mi sono capitate aprendo a caso il libro. Ce ne sono di più lunghe, anche se al massimo di un paio di paginette.
Non ci si deve aspettare niente. D’altronde sono acerrimo nemico delle aspettative, sono spesso l’anticamera delle delusione, che non arriva a causa di una effettiva deficienza dell’accaduto, ma per una perdita di potenza, per così dire, rispetto al voltaggio dell’aspettativa stessa. Non ci si deve aspettare niente nel senso che le Opere contenute nel libro vanno prese per quello che sono, come le storie o le frasi che vengono fuori per generazione spontanea durante le conversazioni. In particolare durante quelle conversazioni dove nessuno ha desiderio di mettersi in mostra e apparire per forza intelligente, arguto, tutto d’un pezzo, furbo, tagliente, ecc… Quelle conversazioni che poi, dopo dei mesi o degli anni, si ricordano come accadimenti pieni di grazia e si dice “Ti ricordi quella volta che hai detto ecc…, eravamo a casa tua ecc..”.
A pagina 98 apri il libro, per esempio, e c’è l’Opera n. 212. Dice: “Credevamo che anche lui fosse d’accordo con nel dire che suo padre era un asino. Invece quando glielo abbiamo detto s’è arrabbiato”. O a pagina 31 l’Opera n. 57: “Un elefante ne ha spinto un altro dentro la vetrina di un supermercato”. O ancora a pagina 30 l’Opera n. 55: “Due professori che si vedono di malocchio perché uno ha rubato l’ombrello all’altro”.
A me sembra, leggendo queste opere, di vedere le cose con la coda dell’occhio, o di ascoltare uno che pensa per sbaglio ad alta voce. Mi vengono in mente certe scene che rimangono intrappolate nel cervello pur non avendo nessuna importanza apparente. Come quella volta che, all’uscita dalla fabbrica, ho visto uno dei miei capireparto uscire ubriaco dal bar del paese e ondeggiare sugli scalini davanti1 al bar mentre tentava di accendersi la sigaretta. Si può dire che fosse una scena epica, importante, indimenticabile? No, eppure se ne sta lì da anni, nel mio cervello.
Comunque una delle mie opere preferite è la n. 166: “Ecco ragazzi, oggi è l’ultimo giorno del corso che vi ho tenuto sul poeta Giacomo Leopardi. E per ultima cosa voglio leggervi una poesia scritta da un autore emiliano in dialetto. Io però ve la leggerò in italiano. Fa così:
Mia madre si faceva (hai capito)/dal padrone del podere/dove eravamo mezzadri./Lui diceva andiamo/in granaio a contare/i sacchi del frumentone./Io correvo dietro alle faraone,/la zia faceva lo sfoglio,/di nostro padre/vedevo il cappello di paglia/in fondo alla piantata.
Ecco vedete, ragazzi, in questa poesia c’è più dolore che in tutte le poesie di Leopardi messe insieme”.
Il libro, se volete andare a controllare, si intitola Opere complete di Learco Pignagnoli, l’ha pubblicato Aliberti nel 2006 e poi ripubblicato Quodlibet nella collana Compagnia Extra nel 2022, a cura di Daniele Benati. Delle opere di Pignagnoli si sono occupati lo stesso Benati, Cavazzoni, Cornia, Nori, Paolo Albani, Aldo Gianolio, Ivan Levrini e altri ancora. C’è chi dice che Pignagnoli non esista, anche se nel libro c’è scritto che è nato a Campogalliano e a San Giovanni in Persiceto. Fate voi. Comunque è un libro bellissimo, pieno di Opere che si scoprono così leggendo il libro da cima a fondo o anche aprendolo a caso, senza aspettative.
Puntini
di Davide Bregola
Poi un giorno mia madre disse che Pinaia era andato a Verona a prendersi una ghega e ci era rimasto secco. Lì in frazione giravano spesso voci di gente morta per qualche ghega fatta male. Oppure girava voce che Clod e Pelo erano talmente fatti e talmente in astinenza da aver usato del liquido di batteria per diluire l’ero e così si erano bruciati la pelle con l’acido. Avevo visto vicino alla montagnola di terra Fichin e Risol: «Mia mamma ha detto che Paolo Pinaia è morto»
«Végna an cancàr!» Avevano detto in coro.
Allora Risol insisteva affinché io e Fichin andassimo a casa sua perché dovevamo fare qualcosa. «Cosa?» gli chiedevo.
«Na roba…» rispondeva evasivo.
«Che roba?»
«Ghèm da far na roba»
«Cosa?» diceva anche Fichin.
Ma Risol non ci diceva cosa avremmo dovuto fare.
Lo seguimmo a piedi, lì in Via Cascine, ma non parlammo più. Io pensavo a Paolo Pinaia che era morto per una ghega, una gran ghega a Verona. Per noi Verona era vicina. Si andava a Nogara ed era un attimo. Arrivava in paese gente in macchina, con Dyane e Citroen Squalo e la targa VR. Noi lo sapevamo che erano lì per spacciare. Verona era vicina, si andava anche in motorino o in Vespa. Avercele avute. Ma noi eravamo piccoli. Per cui niente. Verona era la droga.
Davide a Cavarzere (Ve) con le cuginette nel 1979
Risol aprì la basculante del suo garage. C’era buio là dentro, ma quando gli occhi si abituarono si potevano vedere sacchi di calce accatastati agli angoli del camerone. Cumuli di sabbia. Poi puzza di umidità. Poi puzza di acquaragia. Odori a strati. Entrammo in uno sgabuzzino sul fondo. C’era un banco da lavoro di ferro, con una grossa morsa attaccata da una parte del tavolone. Sulla parete di fronte pieno di chiavi inglesi, brugole, cacciaviti di ogni foggia, c’era il calendario con una bionda, riccia, sorridente e con le tette di fuori. Era ipnotica, non riuscivo a staccare gli occhi da quei capezzoli dall’enorme areola. Sul banco Risol aveva messo uno straccio bianco.
«Avvicinatevi. Gni chi…venite»
Allungai il collo. Sullo straccio c’erano degli spilli. In un bicchiere di vetro del liquido nero.
«Quello lì è inchiostro. L’ho preso sbudellando una Bic» disse Risol.
«Che facciamo?»
Fichin aveva capito all’istante che avremmo dovuto farci un tatuaggio e infatti aveva detto: «Io mi faccio i tre puntini…»
Io non mi sarei fatto nessun tatuaggio, perché a me piaceva la scritta “Cosmic” che vedevo sugli adesivi attaccati alle auto di Luigi e di Tojo. Ma era troppo complicato da fare il “Cosmic” o “Les Cigales” che vedevo sulle Charleston 2 Cavalli targate VR.
«Io invece mi faccio i cinque puntini» aveva detto Risol.
Aprì un cassetto del bancone e tirò fuori una biro. Si guardò la mano sinistra e ci disegnò sopra dei puntini, proprio tra pollice e indice, nella pelle che forma un incavo molliccio. Intinse nell’inchiostro un ago e se lo piantò nel puntino centrale. Non emise nessun suono, nessun cenno di dolore. Proseguì coi puntini ai lati, sempre imbevendo più volte l’ago nell’inchiostro e piantandoselo nella carne. Alla fine dell’operazione la mano sinistra era piena di inchiostro e non si capiva se la storia avesse o meno funzionato. Ci guardò con aria fiera, guardò la bionda riccia sul calendario: «Che figa pelosa!» esclamò. Tirò in dentro le labbra ed inspirò dalla bocca come per simulare una specie di godimento.
«Tocca a te Fichin» disse passandogli lo spillo.
Non sembrava molto convinto: «Mi faccio i tre puntini qui» e indicò la metà tra polso e gomito. Intinse lo spillo nell’inchiostro e lo piantò in tre punti del braccio. Lo fece più volte. Quando vedemmo uscire una goccia di sangue mescolato al nero del liquido sentimmo qualcuno entrare nel garage: «Cua fév chi?» urlò il padre di Risol che entrò e iniziò a dare calci a destra e a manca. Calciava come un mulo impanicato. Il bicchiere d’inchiostro cadde per terra e si frantumò schizzando dappertutto. Mi arrivò sugli scarponi ortopedici e il nero dell’inchiostro sul blu scuro delle scarpe sembrava quasi la pelle di un leopardo colorato in modo innaturale. Un po’ di fragore del padre di Risol che aveva preso in mano un martello e lo picchiava sul bancone mentre muoveva le gambe a vuoto. Mi arrivò un calcio in culo così come arrivò a Fichin che cadde a terra ma si rialzò subito. Scappammo verso la montagnola di terra. Risol aveva la mano piena d’inchiostro, l’altro aveva il braccio sporco d’inchiostro.
Davide in Via Cascine a Correggioli di Ostiglia nel 1982
Giorni dopo, quando si lavarono e vennero via le parti colate, a Fichin si erano fatte tre croste sull’avambraccio e quando le croste guarirono sparì qualsiasi segno fatto dall’ago. A Risol invece i cinque puntini rimasero ben visibili nell’incavo. Erano cinque puntini tatuati. Il suo primo tatuaggio. Il primo fatto da lui. Ne andava molto fiero, lì alla montagnola. A Ostiglia iniziarono a chiamarlo «Tatuaggio» e successivamente per tutti divenne «Tatu».
«El riuà Tatu?» si chiedevano tutti. Non era più Risol, era Tatu.
Un giorno mentre ero nell’orto ad annaffiare con la gomma rossa, stagliato in lontananza, su un falsopiano della strada tra il fosso sempre secco e la ghiaia, apparve come una specie di zombie che riconobbi subito: era Paolo Pinaia. Non era affatto morto. Era solo sparito per un po’ di tempo, come faceva spesso. I cani randagi facevano così, i gatti in calore pure. Barcollava con la testa ripiegata sulla spalla destra. Però era vivo. Era vivo. O almeno sembrava abbastanza vivo. Allora in suo onore mi rivolsi sulla faccia il getto della gomma dell’acqua. Aprii la bocca per bere. Mi arrivò un flutto dal gusto ferroso. Era freddissima quell’acqua e ne bevvi un bel po’ trattenendo il fiato. Per terra c’erano due lumache attaccate. Schiumavano. Rainero mi aveva detto che quelle lumache fanno danni. Mangiano le foglie di verdura. Alzai la gamba e le schiacciai col destro. Tolsi il piede ed erano spappolate. Si ritrassero come gomma bruciata. Quando mi passò vicino Paolo Pinaia alzai il braccio per salutarlo ma non mi cagò di striscio. Chissà se ce li aveva anche lui i cinque puntini.
What is real?
di Sarah Spinazzola
Ieri ho scoperto che la ricetta dei Lego è segreta. Me lo ha detto il padre di un amico di mia figlia che lavora per un’azienda che produce macchinari stampa. Mi ha raccontato che dopo aver fuso e stampato le loro palline, gli uomini della Lego fanno sparire ogni residuo. Per fare questo usano un aspiratore potentissimo.
“Non lasciano nessuna traccia, è per il segreto industriale”.
“Non basta un mattoncino per risalire alla formula?”
“Non direi, no. Hai mai fatto caso che i Lego non sbiadiscono, non cambiano colore, né si deformano?”
“Sì, proprio ieri mia figlia stava giocando con i miei Lego che hanno circa quarant’anni”.
“Vedi? La formula della plastica in sé non è segreta perché è un materiale comune. La composizione dei colori e degli additivi lo è. Una volta sciolte le palline non si risale più alla ricetta, per questo ripuliscono tutto per bene”.
Oggi ne ho parlato con un mio amico scrittore che mi ha raccontato che un giorno a Bordighera, facendo la strada per andare a recuperare la sua macchina insieme all’uomo del carroattrezzi, questi gli ha mostrato la villa privata del signor Lego.
Ho immaginato Mr Lego in persona, un uomo distinto e misterioso, che vive la sua vita senza raccontare nulla di sé, senza lasciare traccia, come fa con gli aspiratori. Quando è in vacanza nella sua villa a Bordighera, durante la controra, va a sedersi sul suo enorme terrazzo. Guarda il mare, beve un sorso di succo d’ananas dal suo bicchiere di vetro color verde smeraldo e pensa:
“Tutta quest’acqua… così poco organizzabile”.
Anche ne La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl, il signor Wonka, insieme agli aiutanti Umpa-Lumpa, proteggono il segreto delle ricette dei loro dolci. Willy Wonka si presenta come un uomo distinto, misterioso, a tratti severo e scorbutico. È un folle sognatore dal cuore puro.
Dahl racconta che l’idea per quel libro gli era venuta perché nel 1920 andava al Repton, un prestigioso collegio maschile. In quel periodo c’era una ditta di dolciumi, la Cadbury Chocolate Factory, che spediva a ogni ragazzino scatole di cioccolato omaggio con dentro dei foglietti su cui votare i loro preferiti, così poi venivano prodotti e messi in commercio. All’epoca c’era anche un’altra famosa fabbrica che li spiava, la Rowntree’s - inventori tra le altre cose del KitKat (1935), delle Smarties (1937) e più avanti delle barrette Lion (1976) - che cercava in tutti i modi di rubare i segreti della Cadbury.
Proprio così nacque l’idea di una storia con lo spionaggio industriale che nel libro di Dahl è rappresentato da un uomo apparentemente viscido di nome Slugworth.
Per un attimo ho immaginato Mr Lego in vacanza nella sua villa a Bordighera mentre immagina di rifare il film de La fabbrica di cioccolato con i Lego. Così, durante la controra, va a sedersi sul suo enorme terrazzo, guarda il mare, beve un sorso di succo di pompelmo dal suo bicchiere di vetro colore viola e pensa:
“Tutti quei mattoncini… così poco edibili”.
Stavo leggendo la sua biografia quando mi sono chiesta come ha lavorato nella testa di Roal Dahl quell’esperienza. Proprio lui che dopo essersi arruolato nell’aeronautica inglese era diventato tenente pilota durante la seconda guerra mondiale. Sarà stata la sua immaginazione a creare quella storia che in parte era già scritta nella sua memoria di bambino?
Ho pensato all’intelligenza artificiale che sembra volersi sostituirsi a tanti lavori di cui oggi si occupa l’uomo. Un giorno potrà anche immaginare al posto nostro? Mi sono risposta di no, perché l’intelligenza artificiale può simulare l’immaginazione ma non può diventare reale. L’immaginazione non è un calcolo. O una funzione. Nasce da una coscienza reale, da una presenza che vive e ha vissuto.
Questo mi ricorda la domanda che pone il Coniglietto di velluto nell’omonimo racconto di Margery Williams.
Racconta la storia di un coniglio di pezza che viene regalato a un bambino che per Natale oltre al coniglietto, riceve molti altri giocattoli. Risultando meno interessante degli altri, il coniglietto viene riposto su uno scaffale senza essere più toccato dal bambino. Non solo il povero coniglietto viene lasciato lì, ma è anche preso in giro dagli altri giocattoli perché non sa fare nulla, neanche emettere luci o suoni.
Solo un giocattolo gli mostra della gentilezza, ed è quello più anziano, il Cavallino di cuoio.
“Il Cavallino di cuoio viveva nella camera del Bambino da molto più tempo degli altri. Era vecchio, lo si vedeva dal suo manto rovinato e mezzo scucito e dalla sua coda spelacchiata (i fili erano stati strappati negli anni per fare collane di perline). Era anche saggio. Nella sua vita aveva conosciuto molti giocattoli meccanici. Li aveva sentiti vantarsi e poi li aveva visti rompersi e finire nella spazzatura. Erano solo giocattoli e non sarebbero mai stati niente di più. Il Cavallino di cuoio lo sapeva. E sapeva anche altri magici segreti che solo i giocattoli più vecchi conoscono.
– Che cosa vuol dire essere VERI? – chiese un giorno il Coniglietto al Cavallino di cuoio, mentre aspettavano che la Tata venisse a riordinare la stanza. – Forse, – continuò, – vuol dire avere dentro degli ingranaggi che fanno bzzzz e una manovella per caricarsi come i giocattoli meccanici?
– Essere vero non dipende da come sei fatto, – rispose il Cavallino di cuoio. – È qualcosa che ti succede. Quando un bambino ti vuole bene per tanto, tanto tempo, quando tu per lui non sei solo qualcosa con cui giocare, ma qualcuno da amare DAVVERO, ecco, allora diventi VERO.
– È una cosa che fa male? – domandò il Coniglietto.
– Qualche volta, – disse il Cavallino che era sempre sincero. – ma quando sei vero non ti importa di soffrire. – Ed è una cosa che succede di colpo o poco alla volta?
– Veri si diventa piano piano, ci vuole tempo. È per questo che non succede a quelli troppo delicati, a quelli che devono essere maneggiati con cura. Quando sei vero, capita che ti venga strappata un bel po’ di pelliccia. Magari perdi un occhio, o anche tutti e due, e ti si slogano le giunture. Ma a quel punto non ti interessa, perché chi è vero non è mai brutto, tranne che per le persone che non capiscono.
– E tu, Cavallino, sei vero? – chiese il Coniglietto, ma subito si pentì.
Il Cavallino magari ci sarebbe rimasto male. Invece lui sorrise e disse:
– Lo zio del Bambino mi fece diventare vero. È stato molto tempo fa, ma non importa. Quando diventi vero, dura per sempre.”
Mi preme dire che io sono sempre rimasta perplessa di fronte alle traduzioni italiane di questo racconto. Nelle varie edizioni la domanda del Coniglietto è sempre stata tradotta diversamente rispetto al testo originale. Margery scrive testualmente:
“What is real?”
La parola real viene usata tantissime volte e tutte le volte è stato preferito tradurla con vero. Ma in questo racconto non si parla di autenticità o di non essere falsi. La parola vero sposta il senso. Il racconto dice che essere reali, non è come sei fatto, è qualcosa che diventi, è qualcosa che ti accade, in cui ci si trasforma, e questo - dice il Cavallino di cuoio - accade quando si è amati. Quando si viene amati per davvero si diventa reali. Non veri.
Il coniglietto chiede, con la profondità dell’innocenza, che cosa sia reale come se volesse conoscere di cosa è fatta la realtà, qual è la sostanza della realtà, il tessuto, la carne.
È una domanda enorme e forse qualcuno avrà pensato che non poteva essere proposta all’interno di un libro per bambini, ma questo è, e Margery ha scritto proprio così.
Conosco due autori che hanno parlato di reale e realtà. Il primo è Gianni Celati, e l’altro è Philip K. Dick. Celati sosteneva che la realtà è un ostacolo, esiste quando c’è un inciampo.
Da una sua intervista su Doppio Zero:
“Quando si dice realtà si dice esattamente il contrario di quello che dicevo io con la nozione di mondo. La realtà è così astratta che non sappiamo neanche a cosa si riferisca, quello è un muro: sì, posso dire che è reale ma posso dire che qualcosa che ho visto o ho creduto di vedere sia reale? Posso dire io che i sentimenti che ho verso qualcosa che mi disturba e mi inquieta sia qualcosa di reale? Non identifichiamo la nozione di reale con la nozione di oggettivo perché è la parola più falsa che esista sulla faccia della terra perché nasce dagli esperimenti degli scienziati che possono oggettivare solo in laboratorio, in condizioni chiuse, e allora per oggettivizzare dovremmo passare tutti in laboratorio!
Quindi questa parola è un tipico caso di definizione astrattiva, noi parlando quando parliamo di realtà.
Sappiamo cosa sia invece il mondo, il mondo è là fuori ci sono dei costumi, delle abitudini ma la parola realtà… ha qualcosa di profondamente minaccioso, nessuno crede nella realtà, se la realtà è l’esistente allora la realtà è fatta di fantasmi, Aristotele diceva: senza fantasmi non si capisce niente, nessuna comprensione può esistere senza i fantasmi delle cose. Oggi quando si dice realtà è sempre in un senso impositivo… Stalin massacrava i traditori e la parola realtà gli serviva, è una specie di super io tremendo. La parola mondo è diversa, riguarda il nostro commercio con gli altri, lo scambio di percezioni”.
Anche Philip K. Dick, padre della fantascienza, che grazie ai suoi romanzi e racconti abbiamo visto la nascita di tantissimi film tra cui Matrix, Blade Runner, si è sempre occupato di rispondere alla domanda su che cosa sia reale.
Allora sono andata a rivedere il discorso che aveva tenuto nel 1977 a un festival sulla Fantascienza in Francia, a Mers, dove in quaranta minuti, racconta un sacco di concetti e idee incredibili per l’epoca (oltre a tracciare alcune immagini che saranno poi riprese dagli autori di Matrix).
Sinteticamente ha detto queste cose che ora elenco.
Uno: le idee sono vive. A volte non le inventiamo veramente ma ci vengono a trovare e si servono di noi per esprimersi nel mondo.
Due: racconta la possibilità che non esista un solo universo, ma un multiverso. Questo insieme di universi non sono disposti su un’asse lineare come quella che ipotizziamo sia quella del tempo con un passato-presente-futuro, ma che questi universi siano disposti lungo un’asse laterale, cioè ortogonale.
Tre: i cambiamenti non avverrebbero solo in “avanti” ma anche “di lato”. E che questi vari mondi possono sovrapporsi.
Quattro: dà degli indizi di come potremmo accorgercene per esempio grazie ai déjà-vu. O con gesti automatici errati, come quando cerchiamo un interruttore dove pensavamo fosse, o sogni vividi di cose mai viste, come se ricordassimo una versione precedente del presente.
Non è solo Dick a dire una cosa del genere. Ho ritrovato questo genere di discorsi anche in un canalizzatore di nome Darryl Anka che dagli anni ’80 “ospita” un alieno che parla attraverso il suo corpo (ok, se si è arrivati a leggere fino a qui, basta semplicemente sospendere per qualche minuto il giudizio critico e andare avanti) di nome Bashar.
In sostanza Bashar racconta che tutto ciò che possiamo immaginare esiste già in una realtà parallela, e che le realtà sono infinite, e che esistono tutte contemporaneamente nel qui e ora, e che per viverle bisogna sintonizzarsi nella stessa frequenza di quella realtà, (un po’ come le frequenze dei canali di una radio). Siamo energia, emettiamo continuamente un segnale e per vivere in quella realtà basta incarnare la frequenza di quella realtà desiderata.
Un po’ come nel film Stalker, di Tarkovskij, tratto dal romanzo, Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugackij, in cui uno Stalker accompagna uno scrittore e un professore nella Zona.
Lì c’è una stanza e una volta che si entra lì dentro accade che il proprio desiderio più profondo si manifesta. La stanza non ascolta ciò che dici, sente ciò che vive nell’animo.
A letto, prima di dormire, mi sono detta che reale è ciò che viene toccato, su cui si cade, come dice Celati. È una traccia che resta e che non ha bisogno di segreti. Non è un oggetto perfetto che non cambia mai, ma qualcosa che si consuma e, consumandosi, diventa altro. Il reale succede addosso, piano piano, fino a cambiare la materia di cui si è fatti. E se davvero esistesse una stanza che può manifestare il mio desiderio più profondo, allora la domanda sarebbe: che cosa mi abita quando nessuno guarda? Di cosa sono fatta? What is real?
Margery Williams, The Velveteen Rabbit Or How Toys Become Real, 1922
https://digital.library.upenn.edu/women/williams/rabbit/rabbit.html
Gianni Celati, Il cinema deve dissolversi nell’aria
Discorso di Philip K Dick (interprete escluso) a Metz, Francia, 1977
Bashar - The Parallel Reality Wheel
MA DAVVERO SIAMO GLI ULTIMI FIGLI DEGLI ULTIMI?
di Salvatore Vivenzio
Illustrazione di Gaia Montagnoli
C’era una cosa che diceva suo padre da tempo, e che lui non riusciva a togliersi dalla testa. Gli tornava in mente e la collegava, nello specifico, a tre momenti della sua vita. Ricordava quando i genitori mettevano a letto lui e i suoi quattro fratelli, e prima di addormentarli gli davano da mangiare dei fiori di papavero. Era l’unica cosa che calmava la fame. Il padre lo metteva nel giaciglio, insieme agli altri, e quasi piangendo, con il volto nascosto, mezzo rivolto a sua madre, ripeteva: ma davvero siamo gli ultimi figli degli ultimi? Ma davvero siamo gli ultimi figli degli ultimi?
Era una frase simile a quella che aveva sentito dire a suo zio mentre lavoravano nei campi, durante uno dei più terribili giorni che si ricordasse il Creato gli aveva regalato: pioveva a dirotto e lui, e gli zii, e i cugini, e i fratelli erano coperti con stracci, e teli, e tutto il possibile. Ma la pioggia scendeva addosso a loro, sulle loro spalle, come fosse una cascata. Ogni scroscio aveva il peso di un macigno. Quando i fulmini avevano cominciato a tempestare il campo, suo zio, scappando insieme agli altri, aveva detto: siamo veramente quelli nati dietro la sacrestia. Gli altri, invece, sono nati in chiesa. No, noi no. Dietro la sacrestia. Il volto ricoperto dall’acqua che scendeva dal cielo.
Erano arrivati a casa e le mura di pietra erano riscaldate dal fuoco del camino. Avevano messo i vestiti ad asciugare su un filo teso, davanti al fuoco, e sua madre aveva distribuito il caffè caldo, a chi ne voleva, un po’ di vino, a chi preferiva quello. In manicomio, anni dopo, aveva conosciuto un pazzo a cui era consentito tenere un quaderno. In quel periodo non dormiva mai, anni di manicomio in cui non aveva chiuso neanche un occhio, neanche una notte. Gli si erano scavate sotto gli occhi delle borse scure che non erano mai più andate via, per tutto il resto della vita. Il pazzo, sul diario, scriveva sempre la stessa frase: l’esistenza è tragedia o tortura? Gli avevano detto che l’uomo era un ex professore, e lui aveva potuto leggere pezzi del diario solo perché aveva imparato a leggere e scrivere quando era in Germania, e solo per scrivere lettere a sua moglie. E ai suoi figli, che però non le avrebbero mai lette.
Suo padre ripeteva la stessa frase anche durante la guerra, quando la maggior parte del tempo la passavano a scavare fosse per ripararsi dalle esplosioni, e quando la sera non potevano fumare, perché il braciere acceso si sarebbe visto al buio. E i soldati tedeschi li avrebbero notati. E allora, a volte, suo padre, si metteva di nascosto alla finestra del bagno, a fumare. E sua madre andava a bussare, quando sentiva la puzza di fumo. E lui usciva dal bagno con la faccia bassa, come un cane bastonato, e diceva: ma davvero siamo gli ultimi figli degli ultimi?
Lui si mordeva le labbra ogni volta che glielo sentiva dire. Quella vita che aveva come compagna sempre e comunque la morte, che la portava per mano, era quasi invivibile. E sentire suo padre gemere e soffrire, e spezzarsi un poco ogni volta che diceva quelle poche parole, era veramente troppo da sopportare. Un giorno aveva provato a guardarlo, a toccarlo, voleva stringerlo. Ma non si poteva, tra uomini non si poteva. Avrebbe voluto stringerlo e abbracciarlo e dirgli che lui capiva. Capiva troppo bene quello che diceva e che aveva ragione! Che era invivibile, quella vita. Che in Chiesa si sbattevano tanto a parlare di Dio, del Padre Eterno, di Cristo, della bontà, del giudizio, dei vivi e i morti e del Messia, ma a loro chi ci pensava? Chi ci pensava a loro, bambini, che mangiavano i semi di papavero per placare la fame, o a loro ragazzi che zappavano i campi sotto una pioggia così densa e così forte che sembrava qualcosa di molto peggio di quello che aveva subito Noè nelle Scritture. E maledetto lui, e maledetti tutti, non si poteva neanche fumare?!
Il terzo momento in cui ci aveva ripensato, a quella frase terribile, che aveva sentito ripetere una volta anche a una donna che scendeva da Ripamonte, la strada dove stava la bambinaia, quella che faceva abortire le donne, il terzo momento era stato in cella.
Invece, scendendo da Ripamonte, l’aveva sentita dalla bocca di una donna che gli sembrava anche troppo vecchia per andare dalla bambinaia. Che ci andava a fare lassù? Veramente poteva abortire? Poteva avere figli? Poi aveva capito. Aveva scoperto che era un’aiutante, quella che andava a prendere i feti, i feti blu, raggrumati, raccolti su sé stessi, esanimi e senza sangue, e li portava via. Glieli aveva visti una volta, nascosti in un cesto intrecciato di vimi. Il vento aveva spostato il panno con cui li copriva. Sembravano conigli scuoiati, come quelli che aveva visto qualche volta in macelleria, ma lasciati ad ammuffire. Ampolle di inchiostro di dimensioni e forme strane. Non ci poteva essere niente di umano, aveva pensato, in quel cesto.
In cella, invece, ne era convinto, aveva sentito la stessa e identica frase che pronunciava suo padre. Ce l’avevano messo una notte, per una stronzata. Aveva giocato a carte in una bisca. Lo faceva spesso, gli piaceva giocare, lo distraeva e gli dava l’impressione di poter anche vincere qualcosa, per una volta, nella vita. Ci aveva vinto una televisione, e una collanina, un crocifisso, che aveva pensato avrebbe lasciato a suo figlio, prima o poi, quando ne avrebbe avuto uno.
In cella l’aveva sentita da un uomo senza gamba, che aveva pianto per tutta la notta. Urlava e si dimenava, e sembrava stesse crepando. Chiamava le guardie, chiedeva aiuto, chiedeva prima l’ospedale, poi la morte, poi qualsiasi altro tipo di sollievo. E lui era stato lì con il senza gamba tutta la notte, piegato su una panca di legno mentre provava a prendere sonno, ma non ci era riuscito. Con l’uomo che urlava troppo forte e una goccia di acqua che cadeva da un angolo della cella di pietra, a causa dell’umidità raggruppata, che lasciava scendere una lacrima ogni manciata di secondi al lato opposto alla sua testa. E, l’avrebbe giurato davanti al Signore, a un certo punto il senza gamba aveva fermato le sue urla e zittito il suo lamento e in un rantolo soffocato aveva solo saputo sussurrare: ma davvero siamo gli ultimi figli degli ultimi?
E TI VENGO A CERCARE
di Elisa Baldini
Il lapis sta quasi finendo. Com’è bello quando il lapis finisce, pensa, che poi ne deve appuntare un altro, di quelli senza punta, con la punta a quadratino, che tiene a casa nel cassetto, ce n’ha pure uno di Hello Kitty rosso spippato. Si alza. Lei non ci sta, su quella sedia. La sedia è dura, o è troppo morbida, perché è di paglia, ci affonda. La porta non la apre, se l’è ripromesso, quando ha appoggiato l’orologio aperto a bracciale sul tavolino. Fino alle ore 14.30, la porta non la apre. Sente la nonna di là che sposta la sua, di sedia. Cento Vetrine sarà finito. Avrebbe voluto vederlo anche lei e buttare dalla finestra quelle fotocopie fatte a sgamo in via Broccaindosso. Economia dello spettacolo. Che gliene frega a lei. Nulla di nulla. Piiii Piii. È arrivato un messaggio. Il telefono lo ha nascosto apposta sotto il cuscino di vellutone del divano, e fino alle 14.30 non lo deve guardare. Guardo solo chi è, pensa. Se è lui, però, chi studia più.
“Che fai? Studi?” Non è lui, è quell’altro.
Lo sa che studia, che vuoi che faccia. Lui è già a Bologna, a loro le lezioni sono iniziate prima. Ingegneria non è mica il DAMS. Le prende una fitta allo stomaco forte. Lei con quel senso di colpa lì non ci sa stare, le mangia la voglia di mangiare, e lei mangiare, di solito, mangia volentieri. Perché è tornato a Bologna senza di lei? Non poteva stare lì? Non potrebbe stare sempre lì accanto a lei? Così lei non fa cazzate, così lei si tiene stretta a quella calamita di bene che gli vuole, che oramai le si è appiccicato addosso quel bene, è diventato una caramella gommosa che la riscalda se fa freddo, e se fa caldo, comunque, la appiccica. Risponde solo “Sì.” E poi scorre tra gli SMS, trova quello lì, quello famoso, che gli è arrivato quando stava spolverando, una volta, lo scaffale dei libri, che poi ha buttato il cellulare sul letto e il viso le è diventato tutto rosso. Non se l’è guardato, ma se l’è sentito. “E ti vengo a cercare con la scusa di vederti e parlare perché mi piace quello che pensi e che dici perché in te vedo le mie radici.” Che paraculo. Citare Battiato, così, senza virgole. Da quel momento lei non ha avuto più dubbi. Il messaggio lo ha riletto cento volte. Lo stomaco le riborbotta ancora, ma stavolta non è il senso di colpa. È una cosa che gonfia piano da mesi e che lei, se gonfia ancora, sente che esplode. Torna sulla seggiola, il cellulare ora lo mette accanto all’orologio. Lei, invece, lo sa perché non è tornata a Bologna.
Che tutti dicono che lei si sbaglia. Compreso quello con cui dorme insieme, le ha detto che si sbaglia, che se lo è sognato, che lui è solo un amico e lei ha frainteso tutto. La Daniela le ha detto, ma sei sicura? Se glielo dici, e lui dice che ti eri sognata tutto, come si fa? Loro la vedono con Riccardo, oramai per loro Elena e Riccardo, Riccardo ed Elena, non li dicono più nemmeno separati, i nomi. Ed in effetti anche lei, se ci pensa, dopo 7 anni, diventare solo Elena, le fa paura. Che con Riccardo hanno iniziato insieme, a dire, cresciamo, anzi non se lo sono detti, sono cresciuti e basta, e all’inizio era tutto un brivido, sotto quelle canottiere dove infilavano le mani, e poi invece, piano piano, è diventato tutto caldo, tutto appiccicoso come le caramelle mou. E lei, poi, quando ha conosciuto lui, son diventati amici. Ma amici poi, che vuol dire? Che ad uno ci pensi sempre di più. Che hai voglia di scrivergli dei messaggi. Che ci pensi quando non dormi, la sera, nel lettino stretto dello studentato, che all’inizio con Riccardo ci dormivano in due, però te pensi a lui, non a Riccardo e ti sembra che Riccardo non sia più Riccardo. Cominci a guardare delle cose che prima non ci facevi neanche caso, che quando mangia gli rimangono le briciole di pane sulla barba rada, che gli puzzano i piedi. E prima non te n’eri accorta? E poi, quell’altro, li manda anche lui, i messaggi. Con Battiato, lo stronzo. Ma forse hanno ragione loro, pensa, si sbaglia. O forse lo dicono perché sono grassa, e si prende con il becco delle dita la pancia tutta, e la misura così, a spanne. In effetti è un bel
pezzo, non saprebbe dire i centimetri. Eppure la dieta l’ha fatta, la dieta rigida, che anche un ghiacciolo, ora, si sente in colpa a mangiarlo. Però è tutto colorante. Forse. Ora basta, c’è da studiare. Prende il lapis piccolo che si dura fatica a tenerlo in mano e sottolinea due frasi a caso. Si guarda le unghie tutte mangiucchiate. Poi guarda l’orologio: ore 14.30. Apre la porta. Va di filata sul terrazzo davanti. È caldo. È tutto zitto. Ora glielo faccio vedere io a tutti, pensa, che dicono prendo abbagli, perché son dimagrita troppo poco. Amici. E allora perché la cerca tutte le volte che torna? E la guarda con quegli occhi celesti che a lei sembrano grandi, grandissimi, enormi, ce li ha tutti nella pancia, quegli occhi, quella pancia dove il grasso è rimasto un pinzo di pochi centimetri, che non li sa contare quanti sono, questi centimetri. E poi si sono toccati le mani, una volta, che lui l’aveva portata a vedere un fiume, che alla fine era un fiume piccolo, faceva schifo, quel fiume, forse era un bozzo, nemmeno un fiume, ma a lei era sembrato un mare, un mare enorme dove ci aveva visto di tutto, ci potevano essere anche delfini, per lei, sotto quelle acque melmose. E lei ha preso un sasso, e prima di buttarlo nel fiume, lui le ha preso la mano, per vedere il sasso, che non andava bene, secondo lui, per rimbalzare. E si son toccate, le loro mani, ma non le mani, si sono toccati loro dentro, e allora, lì, davanti a quelle acque di ranocchio, che a lei le fanno schifo tantissimo i ranocchi, lei ci ha visto il mare, e in quegli occhi celesti, il mare, anche lì.
“Che fai? Vuoi un ghiacciolo?” La nonna lo sa, che ora, con la dieta del Giugni, la merenda è solo ghiacciolo. Elena si gira e vede la sua faccia a punto interrogativo da dietro la spalla, e l’odore di gerani le prende il naso. È ancora presto, per la merenda, è ancora il 10 Settembre ed è caldo, e poi lei è grassa, c’ha la pancia che non la conta, e forse il Giugni non sarebbe d’accordo con il ghiacciolo a merenda che è vero, è ghiaccio, è colorante, ma è parecchio anche zucchero, sennò le mani appiccicate non ti rimarrebbero, quando si scioglie.
“Vado a fare un giretto in motorino.”
“O non dovevi studiare?”
“Torno tra poco.”
“Fai te.”
E agguanta il cellulare, lo zaino vuoto senza il libro fotocopiato, scende le scale a corsa. Vado al Barone, pensa, vado a fare un giro da Montemurlo, Rocca, villa del Barone, Bagnolo, e torno, pensa. Ma la pancia, sente che ha voglia di piangere, perché ora basta, meglio saperlo che si sbaglia, che ha sognato tutto, che gli occhi non sono davvero celesti, magari sono verde chiaro, e che il mare in quel bozzo schifoso, pieno di granocchi, non ce n’è nemmeno un po’. Si mette il casco robocop tutto nero integrale che puzza ancora delle sigarette che fumava qualche mese fa, rimane ferma a guardare il pulsante rosso per accendere il motorino. Tira fuori dallo zaino il cellulare.
“Puoi venire all’Aringhese? Ti devo dire una cosa.” Scrive.
“Arrivo.”
Madonna Santa, ha risposto subito. Ora non si torna più indietro. E le viene in mente Riccardo, quando ride a bocca larga, quando si fanno il solletico sul letto, quando lei ha freddo e lui le porta i calzini e, a volte, glieli mette. Le viene in mente la sua faccia buona, e quella volta che lei piangeva e tremava di paura per non si sa cosa, che le è durato un bel po’ di giorni, e lui la stringeva, nel suo abbraccio caldo, finché poi, alla fine, le è passato, quel tremare, e sono andati al Cinema Odeon a vedere Appuntamento a Belville e poi hanno preso un bombolone da Bombo Crepes. E le viene voglia di cancellare il messaggio, di rimandarne un altro che cancella il primo, di tornare dietro la porta bianca scricchiolente a mangiarsi le unghie ed il lapis, a studiare diligentemente
Economia dello spettacolo per prendere almeno 21, e poi anche il treno regionale per Bologna delle 17.50 da Prato Centrale.
Ma è troppo tardi, nel casco chiuso ci soffoca. Mette in moto e parte, corre su via Montalese. Solo due semafori: uno alle scuole Blu ed uno al Ponte all’Agna. Arriva all’Aringhese che non c’è nessuno. Che ci faccio qui? Pensa, e mette il cavalletto, cammina con i sandali con i campanellini che ora, con l’umido del mare, si sono anche un po’ arrugginiti. Entra nel vialetto per cercare un punto dove si può sedere, che non sia una panchina, perché la panchina le fa effetto, non si aspetta uno su una panchina per dirgli una cosa tanto grave, che Elena e Riccardo si sgretola, Elena e Riccardo non sarà più così, sarà forse solo Elena, perché Elena ora nella pancia non ha solo grasso ma una cosa che non sa dire per quel celeste che forse, grosso così, se l’è solo immaginato. Vede un puntino rosso che si avvicina, riconosce il suo profilo tutto curvo su quella bicicletta rossa. Sarà dell’uno, quella bicicletta, che una volta, che lei lo è andato a cercare a casa, lo ha trovato nel garage che la lucidava, tutto fiero. E spera che fori, con quella bicicletta, che non arrivi, ed invece è già nel vialetto, la guarda con quel sorriso furbo. Perché è furbo oggi, quel sorriso? E lascia la bici vicino ad un sasso grosso, e la raggiunge sotto all’albero dove lei sta a gambe stese, fa trillare i campanelli dei sandali, vuole avere la faccia normale ed invece non ce l’ha, normale, secondo lei.
“Ohi.”
“Ohi.”
“Che fai?”
“Nulla.”
E sta zitto. E la guarda, con quegli occhi che lei non li guarda. Ha paura di quegli occhi lì, che ora se li immagina senza colore. Forse non sono così belli, forse non sono così celesti. Forse si è sbagliata. Può dirgli qualsiasi cosa. Che ha litigato con Riccardo. Che ha litigato con Daniela. Che ha litigato con i suoi. Poi una voce parla, che non le sembra nemmeno la sua.
“Io credo che questa amicizia non sia più tanto un’amicizia.” Senza virgole.
Silenzio. Lui ha la testa appoggiata alle mani sulle ginocchia piegate, guarda un punto fisso davanti, che forse è la bicicletta rossa buttata sul prato, forse è il parcheggio dove c’è il motorino, forse non è nulla. Forse non c’era nulla. Che scema che sono, pensa Elena, che si sente ora il viso che le è diventato una fiamma e lacrime spingono fuori, e vorrebbe scappare via e fare un gran casino con quei sandali con i campanellini, correre sul motorino, correre a Bologna, correre nel lettino piccino dello studentato e nascondere la testa sotto il cuscino.
Butta anche lei la testa tra le ginocchia piegate, poi la rialza e lui è lì, così vicino che i nasi non respirano. Ed il suo viso non è un viso, sono solo occhi, un celeste così grande che non se l’era immaginato, è quasi oceano, che lei non l‘ha mai visto, l’oceano. Ed un odore nuovo, mentre i nasi si toccano, e quel senso di possibile che si fa largo nella pancia. Farà dimagrire, forse, questa paura, pensa. Si consuma energia, forse, ad innamorarsi di nuovo.
LA MORTE E IL LUTTO SECONDO LORENZO FONDA
di Jacopo Masini
Sarebbe molto più semplice se potessimo trovarci tutte e tutti insieme a cena e potessi parlarvi di questo libro per un'ora, ma inizio così: è uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi anni.
È una specie di diario scritto, disegnato, fotografato da Lorenzo Fonda nell'anno successivo alla scomparsa di sua moglie Elena Xausa, che era una eccezionale artista e illustratrice.
Inizia il giorno della scomparsa di Elena e prosegue fino al suo primo anniversario, un anno intero.
Un anno di dolore spaventoso, insensatezza, straripante umanità, amicizia, sballo, creatività, domande, un cane, mille progetti, coincidenze miracolose, raccontate con le parole, i disegni, i fumetti, le foto, tutto.
Si piange dopo tre pagine e si piange tantissimo alla fine, ma in mezzo succede di tutto. Si ride, si pensa, si piange ancora, si vivono grandi avventure, si rimane sbalorditi per la grandiosa forza creativa che ha guidato Lorenzo e lo ha tenuto forse a galla per un anno.
È un libro scritto da dio, tra le altre cose. Come andrebbero scritti i libri. E alla fine si rimane con una lucciola che pulsa in mano, le lacrime negli occhi e una folata di amore che si porta via noi e quella lucciola che chissà cos'è.
Leggetelo. È magnifico.
IL COGNATO
di Lydia Davis
traduzione di Adelaide Cioni
Era così silenzioso, così piccolo e magro, che era come se non ci fosse. Il cognato. Il cognato di chi, poi, non lo sapevano. Né da dove veniva, né se prima o poi se ne sarebbe andato.
Non riuscivano a capire dove dormiva di notte, anche se cercavano le tracce: un affossamento nel divano o un po’ di scompiglio tra gli asciugamani. Non lasciava alcun odore dietro di sé.
Non sanguinava, non piangeva, non sudava. Era asciutto. Persino l’urina si distaccava dal suo pene ed entrava nel gabinetto quasi prima di uscire da lui, co me un proiettile da una pistola.
Non lo vedevano quasi mai: se entravano in una stanza, lui ne usciva come un’ombra, scivolando attorno allo stipite della porta, sfiorando la soglia, e persino allora non potevano dirsi certi che non si fosse trattato di un venticello leggero che aveva sfiorato la ghiaia del cortile.
Non riusciva a pagarli. Ogni settimana lasciava i sol di, ma quando loro entravano nella stanza con quelle movenze lente e rumorose i soldi ormai non erano che una nebbiolina verde e argento sul vassoio della nonna, e quando allungavano la mano per prenderli, non c’erano già più.
D’altronde in pratica non spendevano un centesimo per lui. Non capivano nemmeno se mangiava, perché prendeva talmente poco che per loro, grandi mangiatori, era un nonnulla. La notte usciva da chissà dove e si aggirava furtivo per la cucina tenendo un rasoio affilato nella mano bianca, dalle ossa sottili, e tagliava minuscoli frammenti di carne, di noci, di pane, finché il suo piatto, sottile come carta, non gli sembrava pesante. Si riempiva la tazza di latte, ma la tazza era così piccola che non conteneva più di mezzo centilitro.
Mangiava senza emettere un suono e, pulitissimo, non si lasciava cadere una goccia dalla bocca. Sul tovagliolo, nel punto in cui si asciugava le labbra, non restava segno. Non c’era macchia sul suo piatto, né briciole sulla sua tovaglietta, né traccia di latte nella sua tazza.
Avrebbe potuto resistere per anni, se solo quell’inverno non fosse stato così rigido. Ma non sopportava il freddo, e cominciò a dissolversi. Per molto tempo loro non seppero nemmeno se era ancora in casa. Non c’era nessun vero modo per capirlo. Ma i primi giorni di primavera pulirono la camera degli ospiti dove lui, giustamente, aveva dormito, e dove ormai non era altro che una sorta di vapore. Lo scossero dal materasso, lo spazzarono dal pavimento, lo tolsero dalle finestre con un panno, e non seppero mai cosa avevano fatto.
ROBBABUONACHECIPIACE!
L’assenzialismo secondo Learco Pignagnoli secondo Ugo Cornia
L’arte astratta di Jeremy Blake all’inizio di Punch Drunk Love di Paul Thomas Anderson, che in italiano s’intitola Ubriaco d’amore
Il primo episodio di Ai confini della realtà, che su YouTube si trovano tutti
Foreverismo italiano
Prima dei successi
LEGGETE BENGALA!
ISCRIVETEVI A BENGALA!
Ray Banhoff scrive cose che leggerete solo da lui, nella sua esplosiva newsletter che fa luce nella notte dei giorni tutti uguali. Editoriali umorali, libri, fotografie, scazzi, slanci, musica: tutta roba buona.
Abbiamo deciso che Mollette e Bengala sono cugine, per affinità, per simpatia, perché sì.
Quindi noi, cioè Davide e Jacopo, vi invitiamo a cliccare QUI e a seguire le scintille di Bengala.























